In Giappone gli anziani decidono di andare in carcere per sentirsi meno soli

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In Giappone sta crescendo la carcerazione volontaria, fenomeno in voga soprattutto fra le donne anziane.
Nelle carceri giapponesi, una detenuta su cinque ha più di 65 anni, ed è stato arrestato per avere commesso reati minori, come ad esempio il furto.

Ma perché ciò accade?

In Giappone gli anziani si sentono molto soli e bisognosi di affetto, di qualcuno con cui parlare o passare una parte della loro giornata. Così, pur di non stare da soli, scelgono di commettere atti illegali per poter finire in prigione.




Come riporta Bloomberg , dal 1980 al 2015 il numero di anziani che vivono da soli è aumentato di sei volte in più, arrivando a circa 6 milioni. Nel 2017, un’inchiesta condotta dal governo di Tokyo ha svelato che, la maggior parte degli anziani che ha commesso crimini viveva da sola e il 40% di essi non aveva una famiglia o non la vedeva spesso.

Gli anziani, quindi, non sanno a chi rivolgersi se hanno bisogno di un aiuto, si sentono invisibili. Quindi, essi decidono di commettere crimini per passare del tempo in un posto in cui si sentono meno soli. Un altro problema riguarda la povertà: in Giappone molti anziani non conducono una vita agiata.
Il governo giapponese si sta mobilitando per assicurare agli anziani recidivi un’assistenza pubblica, in modo che i senior possano avere supporto dal welfare e dai servizi sociali.

Alcune storie di carcerazione volontaria in Giappone

Bloomberg racconta la storia di alcuni anziani e la loro esperienza con il carcere, tra gli altri racconti, possiamo trovare:

La signora F, di 89 anni, condannata a un anno e mezzo di carcere per avere rubato del riso, delle fragole e una medicina per il raffreddore.

La signora A, di 67 anni, condannata a due anni e tre mesi di reclusione per avere rubato alcuni vestiti.

Essa racconta:

“Ho rubato vestiti più di venti volte, non di quelli costosi, ma soprattutto quelli in vendita nelle strade. Non perché avessi bisogno di soldi. La prima volta che ho rubato non sono stata beccata. Ho imparato che avrei potuto ottenere ciò che volevo senza pagarlo, cosa che trovavo divertente ed entusiasmante. Mio marito è solidale nei miei confronti, mi scrive spesso. I miei due figli sono arrabbiati e i miei tre nipoti non sanno che sono in prigione, pensano che sia in ospedale”.

La signora N, di 80 anni, condannata a tre anni e due mesi per avere rubato un libro in edizione tascabile, delle crocchette e un ventaglio. N. ha raccontato:

“Ero sempre da sola e mi sentivo molto triste. Mio marito mi dava molti soldi: tutti mi dicevano che ero fortunata, ma i soldi non erano quello che volevo. Non mi rendevano felice per niente. La prima volta che ho rubato è stato circa 13 anni fa. Gironzolavo in una libreria della città e ho rubato un romanzo in edizione economica. Sono stata beccata e portata in commissariato. Lì sono stata interrogata dal poliziotto più dolce che esista. Ha ascoltato tutto ciò che avevo da dire, è come se, per la prima volta nella vita qualcuno ascoltasse quello che stessi dicendo. Alla fine mi ha dato una leggera pacca sulla spalla e mi ha detto ‘capisco che tu ti senta sola, ma non farlo più’. Non vi dico quanto sia contenta di lavorare nella fabbrica della prigione. L’altro giorno, quando mi hanno fatto i complimenti per la mia efficienza e la mia precisione, ho compreso la gioia del lavoro. Rimpiango di non avere mai lavorato, la mia vita sarebbe stata diversa. Amo di più la vita in prigione. Ci sono sempre persone in giro e non mi sento sola. Quando sono uscita la seconda volta ho promesso che non ci sarei ritornata, ma quando ero fuori ho avuto nostalgia”.

La signora O, di 78 anni, condannata a un anno e cinque mesi per avere rubato degli Energy drink, del caffè, del tè, una palla di riso e un mango. La signora ha riferito:

“La prigione è come un’oasi per me, un posto per rilassarsi e per il comfort. Non ho libertà qui, ma non ho nemmeno niente per cui preoccuparmi. Ci sono molte persone con cui parlare. Ci forniscono del cibo nutriente tre volte al giorno. Mia figlia viene a trovarmi una volta al mese. Mi dice ‘non mi dispiace per te, sei patetica’. Io credo che lei abbia ragione”.

Caterina Tiziani

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