Gino Bartali, leggendario atleta ed eroe contro il fascismo

Il leggendario ciclista Gino Bartali ha salvato centinaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale, trasportando documenti nel telaio della sua bicicletta

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In un periodo in cui siamo immersi nella diffidenza e nell’odio, è più che mai necessario prendersi del tempo per ricordare. Dobbiamo sforzarci di pensare a quei personaggi che hanno fatto dell’altruismo la loro bandiera. Uno di questi è senza dubbio Gino Bartali.

Nato a Ponte a Ema in provincia di Firenze, Gino Bartali è stato una formidabile leggenda del ciclismo italiano. Tra le sue vittorie più spettacolari si annoverano due Tour de France e ben tre Giri d’Italia. La sua carriera ha però ruotato attorno alla Seconda guerra mondiale, che è sopraggiunta negli anni migliori della sua forma fisica.

L’atleta ha vissuto gli anni del ciclismo eroico e la sua figura tutt’ora celebra un’intera epoca sportiva nell’immaginario comune. Bartali è però ricordato con affetto dagli italiani anche per la sua integrità morale.

Il contributo di Bartali

Durante la Seconda guerra mondiale, Gino Bartali ha partecipato ad una rete clandestina con lo scopo di aiutare gli ebrei rifugiati nei conventi cattolici in Umbria, Toscana, Emilia Romagna e Liguria. Il nome della rete era DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei), un’organizzazione di resistenza ebraica che ha operato in Italia tra il 1939 e il 1947. Tantissimi avevano dato il proprio contributo a DELASEM, creata dall’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto. 

Il contributo di Bartali? Le persone aiutate dall’atleta avevano bisogno di cambiare identità per poter sfuggire alle persecuzioni. Il ciclista quindi trasportò documenti, fotografie e lettere nel telaio della propria bicicletta, utilizzando l’alibi dell’allenamento. Essendo un personaggio molto conosciuto, non veniva fermato dalle autorità per i controlli. L’atleta poteva quindi pedalare indisturbato tra le colline toscane. 

Tantissimi altri coraggiosi hanno aiutato l’organizzazione: la rete ha protetto gli ebrei, li ha salvati e li ha forniti di falsi documenti. Le nuove identità permettevano loro di tornare in circolazione.

Il governo fascista ha più volte tentato di corrompere l’atleta per convincerlo ad indossare la camicia nera e per arruolarlo tra le icone sportive. I principi solidi di Bartali gli hanno sempre però permesso di rimanere al di fuori delle questioni politiche. La sua forza d’animo gli ha dato il coraggio per esternare un’umanità travolgente

Un atleta che ha unito l’Italia

Quella di Bartali era una figura con fortissimo potenziale: le sue gesta hanno unito l’Italia – si pensa – anche a seguito dell’attentato alla vita di Palmiro Togliatti, segretario del PCI. I tre giorni successivi all’accaduto, infatti, portarono in piazza migliaia di manifestanti e nella nazione si creò un vero clima di guerra civile.

A distogliere i pensieri dalla rivolta ci pensò proprio Bartali con la notizia della sua vittoria al Tour de France. Sembrerebbe che una telefonata del presidente del consiglio Alcide De Gasperi, avesse spronato l’atleta ad aiutare il proprio paese. Gli studiosi sono seriamente convinti che le sue vittorie ebbero un ruolo significativo nel ritorno alla tranquillità sul suolo italiano.

Nel 2005 gli è stata conferita da Carlo Azeglio Ciampi una medaglia d’oro al valor civile della Repubblica Italiana. Gino Bartali aveva la straordinaria forza di unire una nazione intera. Una nazione che non ha mai imparato a restare unita e in cui i cittadini si sentono legittimati dalle istituzioni all’odio e al razzismo. L’Italia è un paese che ha la necessità di ricordare le persone e i benefattori che l’hanno salvata. Gli italiani dovrebbero identificarsi con esse e cercare di imitarle, nel loro piccolo, ogni giorno. 

 

Angelika Castagna

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