Giorgio Antonucci : l’impegno di saper ascoltare

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Benché miope, i suoi occhi esprimono una vivace dolcezza; ne anticipano i pensieri, ne accompagnano le parole: pensieri e parole scanditi con la nitidezza di un sentire lungamente riflesso, profondamente elaborato.
Così si presenta Giorgio Antonucci a chi lo ascolta, quando, superando la sua naturale timidezza, espone le sue esperienze: di vita come professione, di professione come vita.
Impegnato a Gorizia, nel 1969, con Franco Basaglia, ma prim’ancora a Firenze e a Cividale del Friuli (per citare solo gli inizi della sua attività), Antonucci è convinto del valore dell’anti-psichiatria, che è negazione di molti versanti della psichiatria, soprattutto quando si forma su un (pre)giudizio, su una tradizione di pratiche. La sua è una convinzione nata nel contatto diretto con i pazienti, osservandoli e facendosi osservare, stimolandoli all’esercizio della parola, facendosi parola, partecipe del loro mondo ‘altro’, ed eliminando da tale mondo alcune nozioni vuote, tutte convergenti in quella del ‘malato mentale’. Tra le nozioni, vi è quella della coercizione, alla quale va contrapposta l’etica del dialogo; vi è il rifiuto del Trattamento Sanitario Obbligatorio, in quanto lesivo della condizione di scelta del paziente; vi è il rifiuto di tutti gli altri strumenti che danneggiano la persona, a partire dalle ‘droghe’ psichiatriche.
L’anti-psichiatria, ha risposto Antonucci a Dacia Maraini durante un’intervista, “significa che i malati mentali non esistono e la psichiatria va completamente eliminata. I medici dovrebbero essere presenti solo per curare le malattie del corpo”. E parlando di alternativa, egli ha precisato che: “L’alternativa sta nell’identificare i diritti individuali delle persone nella situazione sociale e storica in cui vivono e nell’ottenere il consenso e la partecipazione attiva delle comunità …”.
Giorgio Antonucci ha dispiegato la sua esperienza, e il carico di pensieri che l’attraversano, in molti saggi.
Basti citare “I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria”, con prefazione di Thomas S. Szasz;
Il pregiudizio psichiatrico”; “Freud e la psichiatria”; “Aggressività Composizione in tre tempi in Uomini e lupi”; “Psichiatria e cultura”; “Critica al giudizio psichiatrico”;
“Le lezioni della mia vita. La medicina, la psichiatria, le istituzioni”; “Pensieri sul suicidio”; “Diario dal manicomio. Ricordi e pensieri”.

Medico, psicanalista ma anche poeta (autore della raccolta di poesie “la nave del paradiso”), Antonucci ha prestato sé stesso e la sua vita dedicata agli inascoltati alle sapienti mani di Laura Mileto, per la sceneggiatura, e Alberto Cavallini per la regia.
È nato così il docufilm “Se mi ascolti e mi credi” andato un onda su Rai Storia

Per raccontare Antonucci forse le migliori parole da usare sono quelle dette da Michel Foucault, grande studioso dei ‘poteri’. Parlando, infatti, della psichiatria quale disciplina cerchiata da un meccanismo autoreferenziale di potere, contrapponendosi ad essa, egli dice che: “L’Antipsichiatria vuole rompere questo cerchio: dando all’individuo il compito e il diritto di portare sino in fondo il loro malessere, in una esperienza cui gli altri possono contribuire, ma mai in nome di un potere che sarebbe loro conferito dalla ragione o dalla normalità […], liberandoli da una diagnosi e da una sintomatologia che avevano un valore non soltanto di classificazione, ma anche di decisione e di decreto”.
Sono queste parole che certamente appartengono alla cultura e alla pratica di Giorgio Antonucci.

 




Fatima Mutarelli

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