Giornata mondiale della Libertà di Stampa: giornalisti ancora in pericolo

Non c'è un Paese al mondo dove un giornalista possa dirsi davvero al sicuro

Non sono solo le zone di guerra a essere pericolose per gli operatori dell’informazione. Giornalisti, fotografi, blogger, cameramen, vignettisti sono in pericolo ovunque il potere si senta minacciato e operi per imbavagliarli. Ciò non accade solo nei Paesi governati da regimi autoritari, ma anche nei democratici stati occidentali.

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Nel dicembre del 1993 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, su raccomandazione dell’Unesco, istituì per il 3 maggio la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa (il World Press Freedom Day). Un’occasione per celebrare la libertà di stampa, valutarne le condizioni in tutti i Paesi del mondo e ricordare i giornalisti uccisi durante lo svolgimento del proprio lavoro. Secondo il rapporto annuale di Reporter Sans Frontieres sono 65 i giornalisti uccisi nel 2017. Al 2 maggio di quest’anno se ne contano già 29.

Reporter di guerra

Dieci di questi sono morti il 30 aprile, tutti in Afghanistan. Nove erano accorsi dove si era appena verificato un attentato, quando un secondo attentatore, fingendosi un collega, si è avvicinato e si è fatto esplodere. Un altro invece è stato assassinato nella provincia di Khost. Si tratta di Ahmad Shah, corrispondente per il servizio afgano della Bbc. Gli altri sono Mahram Durani, Salam Watandar, Ebadullah Hananzai, Sabawoon Kakar, Ghazi Rasooli, Nowroz Ali Rajabi, Saleem Talash, Ali Saleemi. Il decimo è il fotografo dell’Afp Shah Marai, famoso per i suoi scatti emozionanti. Il Comitato per la protezione dei giornalisti in Afghanistan riferisce che dall’inizio del conflitto nel 2001 sono almeno 80 i giornalisti che hanno perso la vita in Afghanistan.

Stampa e potere

Sono almeno due i giornalisti uccisi dai cecchini israeliani nel corso della Grande Marcia del Ritorno, che si tiene ogni venerdì a ridosso della barriera di separazione dal 30 marzo. Tuttavia, i giornalisti non sono in pericolo solo nelle zone di guerra. Anzi. Il tema di quest’anno della Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, infatti, è proprio riferito al rapporto tra stampa e potere: “Mantieni il potere sotto controllo: media, giustizia e stato di diritto”. Uno dei nemici principali dei giornalisti in tutto il mondo è il governo del Paese in cui operano. Turchia, Egitto, Cina, Messico, Arabia Saudita, Bahrein, Etiopia, Gambia, Guinea Equatoriale, Ciad: ci sono diversi luoghi al mondo in cui essere un giornalista, un fotografo, un blogger o un vignettista può comportare la prigione, la tortura o, addirittura, la morte.

L’Egitto

Il fotografo Mahmoud Abu Zeid, si trova in un carcere egiziano dal 14 agosto 2013. Fu arrestato mentre documentava il sit in dei sostenitori dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi nelle vicinanze della moschea Rabaa al-Adawiya. Durante lo sgombero che ne seguì le forze di sicurezza uccisero oltre 600 manifestanti. In questi anni il suo processo è stato rinviato più di 50 volte. Le accuse sono state rese note solo nel corso della prima udienza, avvenuta il 26 marzo 2016, tre anni dopo l’arresto e ben oltre il limite indicato dal codice penale per la detenzione preventiva (due anni). È accusato di “adesione a un’organizzazione criminale”, “omicidio”, “partecipazione a un raduno a scopo di intimidazione, per creare terrore e mettere a rischio vite umane” e “resistenza a pubblico ufficiale”. Per lui è stata chiesta la pena di morte. L’UNESCO gli ha recentemente conferito il premio World Press Freedom e l’ufficializzazione è fissata proprio per oggi.

Il Ciad

Si è invece ridimensionato l’incubo per il blogger del Ciad Tadjadine Mahamat Babouri, noto come Mahadine, che era in carcere dal 16 settembre 2016. La sua colpa era quella di aver usato il suo profilo Facebook per denunciare la mancanza di trasparenza del governo nella gestione dei fondi pubblici. Era accusato di aver minacciato l’ordine costituzionale, l’integrità territoriale e la sicurezza nazionale e di aver collaborato con un movimento insurrezionalista. La pena prevista era l’ergastolo. Mahadine è stato oggetto di una grande campagna di Amnesty International che nel dicembre 2017 ha inviato alle autorità ciadiane 690.000 appelli per la sua liberazione. Il 19 marzo le accuse contro di lui sono state ritirate e sostituite con quella più leggera di diffamazione. Il 5 aprile l’Alta Corte ha decretato la sua scarcerazione, in quanto la sua detenzione preventiva eccedeva i limiti di legge.



La Turchia

Il luogo attualmente peggiore al mondo per la libertà degli operatori dell’informazione è la Turchia. Sono 120 i giornalisti in carcere dal fallito colpo di stato del 2016, che ha fatto scattare lo stato di emergenza e una repressione senza precedenti. I giornalisti che non sono stati arrestati e condannati vivono sotto costante minaccia. L’agenzia di stampa curda JINHA è stata chiusa e la sua direttrice, Zehra Doğan, sta scontando tre anni di carcere per i suoi disegni e i suoi scritti. Anche l’Associazione dei liberi giornalisti è stata chiusa. Murat Sabuncu, direttore del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, il 25 aprile è stato condannato a sette anni e mezzo per “terrorismo”, insieme a dodici collaboratori che hanno ricevuto pene tra i due anni e mezzo e i sette anni e mezzo. Ahmet Altan è un giornalista e scrittore turco, nato ad Ankara nel 1950. Ex direttore del quotidiano Taraf, critico nei confronti del presidente Erdogan, è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver favorito il tentato colpo di stato del luglio 2016. Secondo il giornalista:

A parte qualche mio articolo e un’unica apparizione in tv, l’imputazione di golpismo nei nostri riguardi si basa sulla seguente asserzione: si ritiene che noi conoscessimo gli uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato.

E l’Italia?

Le minacce, le intimidazioni e i bavagli non sono prerogativa degli stati autoritari. Lo dimostrano i dati raccolti da Ossigeno per l’Informazione in Italia, secondo cui sarebbero 76 i giornalisti italiani minacciati, intimiditi o resi vittime di rappresaglie o abusi legali dall’inizio dell’anno. Anche Amnesty International, in occasione della presentazione del suo rapporto annuale, ha denunciato la tendenza di importanti leader occidentali a promuovere fake news per manipolare l’opinione pubblica, attaccando al contempo gli organismi di stampa indipendente, il naturale organo di controllo del potere. Appare dunque più che mai attuale l’appello del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres:

Invito i governi a rafforzare la libertà di stampa e a proteggere i giornalisti. Promuovere la stampa libera è fondamentale per il nostro diritto alla verità.

Michela Alfano

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