Giovanni in Etiopia, dove il virus fa meno morti ma più paura

Perché l’Africa è meno colpita dal nuovo virus? Un medico italiano spiega come i governi africani abbiano attuato misure di lockdown già da fine febbraio. Hanno funzionato, anche se con conseguenze socio-economiche più gravi che in Europa.

Medico con l’Africa, Giovanni Putoto è partito per Addis Abeba il 2 aprile, in un aereo fantasma. Giovanni in Etiopia ci voleva proprio andare, non ha nemmeno fatto scegliere democraticamente alla sua famiglia se partire o meno. Giovanni in Etiopia, io che lo conosco, posso anche immaginarmelo.  Era il solo passeggero, in un’atmosfera irreale. Una volta atterrato la sensazione di irrealtà s’è dissolta. Dalla capitale ci sono quindici ore di pullman fino all’ospedale, durante questo tempo si attraversa un paesaggio in cui le case sono rarefatte.

Mi dice che questo è uno dei motivi per cui il covid-19 si è diffuso meno che da noi, ci sono meno contatti. Certo, la capitale è una metropoli da sette milioni di abitanti, ma la metropoli è l’eccezione non la regola. Il continente africano sa bene cosa significhi avere a che fare con un’epidemia, per cui quasi tutti i governi hanno limitato voli internazionali e attività economiche già da metà febbraio. Il risultato in Etiopia è stato un totale di soli 365 casi su una popolazione il doppio dell’Italia, complice anche un’età media di diciannove anni.

Facile dire “Restate a casa”

Istruzioni apparentemente semplici come “Restate a casa e lavatevi le mani” possono diventare complicate in quel contesto. La casa spesso consiste in un’unica stanza con otto persone, che può quindi diventare un nuovo focolaio. Quanto a lavarsi le mani presuppone che vi sia acqua corrente e il sapone. Per non dire dell’impatto che le misure di chiusura possono avere quando non esiste cassa integrazione e in ogni caso lo Stato non può intervenire come da noi. Il governo etiope sta studiando un sistema di buoni spesa per gli indigenti. Ma non basta. L’intero sistema, basato su un’economia “informale” non regolata, rischia di crollare, creando nuove povertà. Anche dal lato sanitario, la situazione è critica: non vi sono sufficienti strutture, laboratori, posti in terapia intensiva.

Un continente sempre in emergenza

Tutto questo Giovanni Putoto lo sa molto bene. Da più di trent’anni, grazie a CUAMM-Medici con l’Africa, organizza presidi sanitari, come richiesto a un medico di salute pubblica.  E di crisi ne ha viste: il ciclone Idai lo scorso anno in Mozambico, la fame dopo le carestie del 2016, l’Ebola del 2015, la guerra in Kosovo, che non è  propriamente africano. Ma, mi racconta, la più grave catastrofe umanitaria fu il genocidio del Ruanda, di cui lui fu testimone, un dramma del tutto voluto dall’uomo in cui persero la vita più di un milione di persone. Putoto, che nel 1994 aveva 34 anni, rimase in Ruanda con sua moglie fino al 1997.

Questa volta, invece, la missione è durata fino al 14 maggio. Il ritorno è stato diverso dall’andata, è stato più animato, segno che il mondo sta lentamente riprendendo a muoversi. Mi dice che la situazione è ancora critica, ma che non bisogna fare l’errore di pensare che una dittatura o comunque un regime autoritario sarebbe stato più efficace della democrazia. “Non vi è dubbio che i paesi democratici abbiano gestito meglio la pandemia” dichiara. Ora Giovanni è in attesa del risultato del suo tampone, prima di tornare al lavoro.

Cecilia Alfier

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