Giro d’Italia: partita da Israele la centounesima edizione della corsa

I numerosi appelli a modificare il luogo di partenza sono caduti nel vuoto

Il Giro d’Italia è partito stamani da Israele. Gli organizzatori non hanno ceduto agli appelli provenienti dal mondo delle associazioni per i diritti umani che avevano chiesto loro di ripensarci per non legittimare il senso di impunità generale che ruota intorno a Israele relativamente alle sue violazioni del diritto internazionale.

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A nulla sono valse le polemiche, gli appelli, le proteste: il Giro d’Italia è partito stamattina da Israele. RCS Sport, l’azienda organizzatrice dell’evento insieme a Gazzetta dello Sport, non ha arretrato di un passo rispetto alla controversa scelta della tappa di partenza del Giro d’Italia, giunto alla centounesima edizione. Anzi, in realtà un passo indietro l’ha fatto. Inizialmente, infatti, la partenza era stata indicata dagli organizzatori in “Gerusalemme ovest”.

La dicitura della discordia

La cosa aveva però scatenato i capricci di Israele, che minacciava di ritirarsi dall’evento qualora la dicitura “OVEST” non fosse stata rimossa. Questo perché, secondo il ministro del turismo e quello dello sport e della cultura “Gerusalemme è la capitale di Israele: non vi sono Est e Ovest. Gerusalemme è una città unita”. Tutto ciò in barba al diritto internazionale, per il quale Gerusalemme rimane una città occupata. In effetti, l’intenzione annunciata dal Ministro del turismo di portare il Giro in Israele per rivoluzionarne il marketing turistico mal si conciliava con quell’evocativo “OVEST”.  La compiacente direzione del Giro ha dunque provveduto ad accontentare Israele. Ogni traccia di “OVEST” è stata prontamente rimossa dal materiale tecnico di presentazione delle tappe, con tanto di scuse e precisazioni circa la non valenza politica dell’espressione inizialmente adottata. Non sia mai!

L’occupazione illegale di Gerusalemme

Ricordiamo che l’occupazione di Gerusalemme est del 1967, con relativa annessione unilaterale, è stata condannata dalle Nazioni Unite. La risoluzione 476 del 1980, infatti, svuota di ogni valore giuridico la decisione di Israele di considerare Gerusalemme sua capitale unita. Una conferma di quanto già affermato nella precedente risoluzione 181 del 1947, che considerava la città un corpus separatum sottoposto a un regime internazionale speciale. In questo contesto Israele non è da considerarsi altro che una potenza occupante, i cui sforzi di imporre leggi, giurisdizione e amministrazione sono illegali, con buona pace delle farneticazioni di Trump.

Una lunga tradizione di violazioni del diritto internazionale

D’altra parte non si può certo dire che Israele si curi del diritto internazionale. Non lo rispetta continuando a occupare Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est, così come non rispetta le regole del diritto internazionale umanitario sulla tutela dei civili. Si pensi solo all’uso sproporzionato della forza messo in campo da Israele in occasione della Grande Marcia del Ritorno: sono 5.500 i palestinesi feriti e 47 quelli uccisi dall’esercito israeliano durante le manifestazioni che si svolgono ogni venerdì dal 30 marzo. Tra essi ci sono anche due giornalisti e diversi minorenni. Lunga è poi la lista delle sistematiche violazioni dei diritti umani dei palestinesi compiute da Israele nei Territori Occupati.



Le reazioni all’annuncio della partenza da Israele

L’intenzione di far partire il Giro da Israele era stata accolta con rammarico dal mondo dell’associazionismo per i diritti umani, a livello nazionale e internazionale. La Piattaforma delle ONG italiane in Mediterraneo e Medio Oriente, che conta più di quaranta ONG, tra cui Terre des Hommes, ha giudicato la scelta inopportuna.

Un evento sportivo che dovrebbe ispirarsi ai valori della solidarietà, lealtà e fratellanza tra i popoli rischia dunque di essere strumentalizzato e svuotato del proprio significato e si trasforma in un atto di sostegno alla imposizione della legge del più forte.

Inoltre, una lettera di denuncia è stata recentemente sottoscritta da diversi esponenti del mondo ebraico italiano, con la condanna, tra le altre cose, della scelta di far partire il Giro d’Italia da Gerusalemme. Sul piano internazionale, una petizione contro la partenza del Giro da Gerusalemme ha raccolto dal 22 novembre oltre 120 adesioni tra organizzazioni per i diritti umani, sindacati, associazioni per il turismo etico, gruppi sportivi e religiosi da venti Paesi. Tra essi anche molti gruppi ebraici, come Jewish Voice for Peace (Usa), la rete italiana Eco (Ebrei contro l’occupazione), l’Union des progressistes juifs (Belgio), Jews for Justice for Palestinians (Gran Bretagna).

Giro d'ItaliaPronti, partenza, via

Nessun argomento, però ha potuto distogliere gli organizzatori dal loro proposito. Sembra, per altro, che RCS Sport abbia ricevuto un finanziamento di dodici milioni di euro più altri quattro offerti dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams. Un argomento, questo sì, convincente come pochi. E dunque siamo arrivati al grande giorno, il Giro d’Italia è partito. Le logiche del potere e del profitto hanno, di nuovo, avuto la meglio sul rispetto dei diritti umani e delle regole tra gli Stati. Del resto la Comunità Internazionale dimostra, da sempre, di applicare due pesi e due misure nei confronti dei suoi membri accusati di violazioni: per alcuni sembra d’obbligo l’uso della forza, che non fa altro che inasprire situazioni già disperate, mentre per altri (ma forse sarebbe meglio dire per Israele) persino le pacifiche soluzioni diplomatiche sono viste come inaccettabili affronti.

 

Intanto, oggi è venerdì. I palestinesi marciano lungo il confine per ribadire il diritto al ritorno dei loro profughi. Dal canto suo Israele schiera cecchini, carri armati e droni che non esiteranno a sparare. Probabilmente oggi ci saranno altri feriti, forse altri morti. Ma nessuno se ne curerà, l’unica notizia che conterà, stasera, sarà chi avrà vinto la tappa.

Michela Alfano

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