Giulio Gallera: lo chiamavano Sanità

Errare umano, ma perseverare è diabolico: bisogna spiegarlo a Giulio Gallera

Ieri Giulio Gallera, assessore alla sanità e al Welfare della regione Lombardia, ha fatto una gaffe abbastanza pericolosa. Ha affermato che per contagiare una persona serve che questa incontri due persone infette. Criticato fortemente, ha espresso il suo sdegno contro gli pseudogiornalisti che strumentalizzerebbero le sue parole. Ancora una volta, ha dimostrato che la Lombardia preferisce schiantarsi contro il muro, rispetto a rallentare e cambiare direzione, come da tre mesi a questa parte.





Abbiamo imparato a conoscere Giulio Gallera qualche mese fa, quando giorno dopo giorno, si presentava in conferenza stampa per elencare i tragici numeri della pandemia in Lombardia. Nell’incredulità generale, rispetto a un più goffo Fontana che faticava a destreggiarsi con le mascherine, noi lombardi, digiuni di nozioni in merito a pandemie ed emergenze, abbiamo riposto la nostra fiducia nell’assessore alla Sanità Gallera, uno che sembrava solido nella sua comunicazione ed equilibrato nella gestione, per quanto si possa essere equilibrati con una curva che ti indica 400 morti al giorno.



Non solo Gallera

In questi tre mesi, poi, il ruolo di Giulio Gallera ha perso un po’ di centralità. Ci siamo abituati a vederlo sempre meno, con l’emergenza che da regionale si è trasformata in nazionale e globale. Dapprima ci cullavamo nella consapevolezza di abitare in una regione che faceva della sanità il suo fiore all’occhiello. Poi, noi lombardi, a un certo punto, abbiamo iniziato a dubitare che gli slogan con cui ci avevano imbeccato per anni corrispondessero davvero alla realtà delle cose.


Errori ne sono stati fatti ovunque e da qualsiasi partito: il sindaco di Milano Beppe Sala che rilancia l’iniziativa “Milano non si ferma” e che sprona la città a continuare a vivere la sua quotidiana socialità e produttività, il segretario del Pd Zingaretti, poi contagiato e ora nuovamente in salute, che, mentre iniziano a contarsi morti e contagi, incentiva il rito dell’aperitivo. Amministratori solitamente oculati sono saliti sul carrozzone dei cortocircuiti comunicativi di Matteo Salvini, fatti, anche in queste occasioni, di oscillazioni varie tra “Aprite tutto” e “Chiudete tutto”.

Considerazioni comunque premature

A sbagliare, purtroppo, in questa situazione sono stati in molti e forse siamo ancora troppo addentro alla pandemia per individuare con chiarezza responsabilità ed errori. In Lombardia, possiamo anche semplificare dicendo che la particolare conformazione demografica unita a una dose fatale di sfortuna e di “caos accidentale”, come definito da Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri,  abbia causato l’ecatombe. Forse non sapremo mai quanto i limiti umani e politici abbiano contribuito all’impennata della curva dei contagi. Non arriveremo forse mai a contabilizzare chiaramente quanti morti siano stati causati da anni di tagli alla sanità e di concentrazione sulla strategia dell’ospedalizzazione. Non potranno forse essere condotte ricerche esaurienti riguardanti l’insufficiente integrazione del sistema sanitario lombardi con il territorio, l’ossessione dei privati per la ricerca dei profitti nel settore sanitario e gli errori politici.

Perseverare autem diabolicum

Il problema, ora, rischia di evolversi: dall’errore rischiamo di pagare le conseguenze del perseverare nell’errore. Visto infatti che ora ci si trova nella fase in cui limiti e discrepanze sono emerse con un po’ di chiarezza in più, non sarebbe troppo tardi per imboccare la strada della correzione. Nel bene e nel male, in una Lombardia che conta al 24 maggio 86.384 casi su 229.327 contagi nazionali, le scelte strategiche di contenimento della pandemia sono ascritte alle autorità regionali. La popolazione lombarda ha avuto come suoi referenti principali il presidente della Regione, Attilio Fontana, e l’assessore al Welfare e alla Sanità, Giulio Gallera. Alla guida della Lombardia dal marzo 2018, la giunta Fontana ha dovuto gestire la più grande crisi sanitaria dal dopoguerra. Gallera si è trovato in questo ruolo dirigenziale dopo tre anni di esperienza: nell’ottobre del 2015 l’assessore al Welfare della giunta Maroni, Mario Mantovani, viene arrestato per corruzione. Gallera, pur non avendo nessuna esperienza in ambito di sanità, viene scelto per sostituire Mantovani e mantiene l’incarico anche con la giunta Fontana.

Comunicazione istituzionale o trovata pubblicitaria?

Fontana e Gallera dall’inizio della pandemia sono stati sotto i riflettori, nel bene e nel male. Ci siamo abituati alle loro conferenze stampa in cui difendevano strenuamente il loro operato. Hanno esaltato con ostinazione la scelta di aprire l‘ospedale temporaneo negli edifici della fiera di Milano, decisione presa direttamente da Gallera. L’ospedale, costato circa 20 milioni di euro, avrebbe dovuto avere una terapia intensiva con 400 posti, poi limitati a 200. I malati ospitati al momento della sua attivazione di inizio aprile, erano 24. Aumentare la capienza delle terapie intensive non è una scelta dissennata, ma in molti hanno puntato il dito contro l’iniziativa. Avrebbe infatti distolto fondi preziosi da altre priorità e sarebbe stata, secondo molti, semplicemente una trovata pubblicitaria.

Una decisione più risalente nel tempo ma altrettanto criticata è stata quella della riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo, avvenuta in modo frettoloso due giorni dopo la chiusura della struttura ospedaliera di Lodi e dopo aver individuato due contagiati tra i degenti. E, sempre sulla scia delle scelte poco oculate, quando si proponeva di creare una nuova zona rossa nella zona di Bergamo, la regione si era confrontata con le associazioni di imprenditori per decidere in merito, proseguendo senza istituire nessun’altra zona contingentata.

La spinosa problematica delle RSA e i tamponi

Altro macigno sul tavolo delle discussioni è stata la problematica gestione delle RSA. Il Pio Albergo Trivulzio, struttura incaricata di distribuire i pazienti affetti da COVID-19 nelle RSA, è infatti sotto diretto controllo regionale. Gallera e Fontana si sono smarcati dall’accusa di aver contribuito al contagio attraverso questa scelta. Il gestore di una struttura milanese ha raccontato però di aver ricevuto numerose telefonate da parte dei funzionari regionali. L’obiettivo? Fargli aprire le porte della sua RSA ai pazienti positivi. Difficile pensare che i funzionari si siano mossi in autonomia, ma ancora tutto da dimostrare. Alla discussione, poi, vanno aggiunte anche le lacune nella preparazione della Lombardia sui tamponi e sul tracciamento dei contagiati. Nelle zone più colpite e nella fase più acuta i tamponi sono stati effettuati solo ai pazienti così gravi da essere ricoverati.

Il crollo della favola dell’eccellenza

Ce ne siamo accorti da un pezzo e da qualsiasi lato la si guardi. Il problema non è solo la gestione, più o meno sindacabile, ma la perseveranza nell’auto incensazione della propria strategia. Gallera e Fontana hanno negato a lungo l’esistenza dei problemi. In alcuni casi, hanno anche dichiarato il falso, sostenendo di aver rigorosamente seguito i protocolli sui tamponi. La Lombardia, in questa situazione, non ha saputo ammettere i suoi problemi, pur di non fare crollare la favoletta dell’eccellenza, costruita secondo la “lungimirante” visione politica di un uomo che risponde al nome di Roberto Formigoni.

La regione, in questo caso, era più impegnata a scontrarsi con il governo e a fare dell’epidemia un campo di battaglia per dimostrare l’inadeguatezza di Conte. Al netto anche dei suoi di errori, beninteso. Basti pensare che la conferenza stampa regionale, una semplice diretta senza domande dei giornalisti, si svolgeva alle 18, in concorrenza con quella concomitante della Protezione Civile nazionale. A questo si aggiungono le opacità nella diffusione dei dati e dei numeri dei contagi per provincia oltre alla mancanza di coinvolgimento dell’opposizione regionale nella gestione dell’emergenza.

Una gaffe sintomatica di un modus operandi

Il fatto che quindi, ieri sera, Giulio Gallera abbia fatto una gaffe sulla sua interpretazione dei dati statistici in merito ai contagi nulla aggiunge e  nulla toglie all’inadeguatezza gestionale della pandemia in Lombardia. Le gaffe sono democratiche: colpiscono chiunque, anche quando una persona è competente e preparata. Magari è semplicemente stanca, o agitata, o nervosa: si ride (o si piange) sul momento e basta, finisce lì. Fa parte del gioco tra governanti e governati. Il problema è non avere l’umiltà di ammettere: “Scusate, mi sono espresso male, non intendevo questo”. Ma non è solo una questione di umiltà, in questo momento storico.  Dire infatti che servono due infetti per contagiare una persona (e che è praticamente impossibile che questo avvenga) può portare le persone che ascoltano ad abbassare il livello di guardia. D’altronde, l’ha detto l’assessore alla sanità, mica mio cugino al bar finalmente riaperto. Il fatto poi di trincerarsi, successivamente, in una difesa ostinata di quanto si è detto è espressione del modus operandi lombardo a guida leghista. Gallera ha detto che sono gli pseudogiornalisti ad attaccarlo e ad avere strumentalmente interpretato quanto ha detto.

Viva la Lombardia, brava la Lombardia

Sono tre mesi che sentiamo Gallera parlare di quanto siamo bravi e belli in Lombardia. Sono tre mesi che la Lombardia ha, da sola, praticamente la metà dei morti in Italia. Non è colpa di Giulio Gallera se la pandemia ha colpito la Lombardia in modo così violento. Ma è colpa di Gallera se quello che dice è sbagliato, falso e ostinatamente ribadito. Purtroppo, però, è sempre così. Evidentemente, piuttosto che ammettere i propri errori e la propria incompetenza in quel settore, cedendo magari il microfono a un tecnico per una spiegazione più approfondita, è sempre meglio approfittare per un po’ di visibilità in più, continuando a correre a 200 all’ora verso il muro. E portarci anche le 10 milioni di persone che si amministrano.

L’ammettere di aver detto una cazzata per certi politici sembra una strada non percorribile. Non è una gaffe, è un modus operandi di cui si va orgogliosamente fieri. E allora da gaffe diventa incompetenza. E, in un Paese normale in emergenza, l’incompetenza andrebbe commissariata.

Elisa Ghidini

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