Globalizzazione e rivolte: il ciclo dei 20 anni

Le proteste dilaganti a livello mondiale portano i segni del passato

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Sparse su tutto il globo da Oriente a Occidente si alternano manifestazioni di protesta e dissidenza. Qualche anno fa qualcuno parlava di un altro mondo possibile.

La globalizzazione arriva sul finire della storia. Nella sbornia collettiva da post ideologia comincia a maturare l’idea del mercato globale, della deregolamentazione degli scambi, della finanza scatenata. Da qualche tempo alcune voci hanno cominciato a sibilare di spettri dei tempi passati. Sul tabellone dell’economia mondiale si sono riaccese le luci rosse lampeggianti che pochi istanti prima della catastrofe del 2008 annunciarono il disastro.




Quando arrivò il colpo sulle spalle delle grandi case finanziarie statunitensi si cominciò a pensare che l’Occidente, per come l’avevamo conosciuto, sarebbe presto scomparso, soffocato da una coltre di debiti e povertà portatrice di caos e di apocalisse. Poi con moti d’assestamento bruschi e sanguinosi invece il sistema si è salvato, certo un po’ ammaccato e con qualche cicatrice, ma con l’essenziale forza vitale per non cedere alla malattia ad altissima pericolosità che l’aveva infettato.

Si è detto che i metodi applicati fino ad ora per risolvere il problema della recessione siano stati dei semplici placebo. Iniettare ad un mercato morente pesanti dosi di liquidità (in pieno stile USA) avrebbe di certo avuto l’effetto di salvaguardare il livello  base dei consumi. Al resto si sarebbe pensato in seguito. L’austerità è stata la linea seguita da gran parte dei paesi europei. Saldare i conti col passato costa caro, soprattutto se si hanno alle spalle vent’anni di politiche dello spreco e di tagli al sistema del welfare.

Sembra che l’effetto palliativo stia cominciando a scemare e le previsioni in campo economico non appaiono rosee. Allo stesso tempo focolai di origini differenti, ma tutti accomunati dalla contestazione rivolta all’attuale sistema, si accendono nei luoghi più disparati. Portano spesso il marchio di azioni contro la globalizzazione.

Hong Kong ha addosso la luce dei riflettori da ormai tanto tempo. La regione a statuto speciale della Repubblica cinese è teatro degli scontri continui tra manifestanti e forze dell’ordine a causa di una proposta di legge sull’estradizione che è stata ritirata, ma che ha costituito la scintilla di un incendio che rivendica più libertà in ogni ambito della vita sociale.  Spesso rischia di passare in secondo piano l’importanza strategico-finanziaria di Hong Kong, che ne fa il principale intermediario dell’Ovest. La regione costituisce un modello irripetibile di incontro tra civiltà, ma la fragilità sistemica del mondo  globalizzato potrebbe renderla l’epicentro di una nuovo collasso.

In Spagna i catalani reclamano l’indipendenza con maggiore violenza rispetto al passato. Gli scontri tra i manifestanti e Madrid sono divenuti sempre più acerbi, degenerando nella guerriglia di Barcellona. Una rivolta che porta il segno del nazionalismo e del confine discriminatorio, che ha un sapore tutto economico e una spinta tutta istintiva e, a tratti, reazionaria.

In Libano una tassa sulle chiamate tramite app di messaggistica ha provocato l’insurrezione popolare. Migliaia di libanesi sono scesi in piazza spesso accendendo dei roghi. Sono seguiti centinaia di arresti e diverse vittime. Analogamente a quanto accade ad Hong Kong, nonostante la tassa sia stata ritirata le proteste continuano in uno scontro tra fazioni e Hassan Nasrallah, capo di Ezbollah, ha previsto la possibilità di una guerra civile.

In Cile è stato invece il rincaro sui prezzi dei biglietti della metropolitana a causare un’insurrezione popolare. Anche in questo caso la revoca della legge non ha impedito le vittime. Il presidente Sebastian Pinera, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza e imposto il coprifuoco nella capitale Santiago, ha chiesto scusa e ha previsto un rimpasto di governo.

In Italia, a Bologna, nasce un movimento di protesta silenziosa, le Sardine. Migliaia di persone si riuniscono il 15 novembre per un flash mob in contrasto con l’inizio della campagna elettorale di Matteo Salvini al Paladozza. Poi il movimento si diffonde a Modena e comincia a spargersi per varie città italiane. In un atmosfera che ricorda a tratti le manifestazioni della sinistra durante i governi Berlusconi, seppur gli stessi manifestanti riferiscano di non agire in virtù di una direttiva partitica.

Se è vero che la storia si ripete, lo è anche il fatto che gli intervalli di tempo tra un evento e la sua ripetizione sembrano ridursi sempre più. I primi vent’anni del nostro secolo hanno ruotando intorno all’asse della globalizzazione sono ora caratterizzati dal richiamo continuo a movimenti sociali che hanno avuto luogo all’epoca della loro origine. Mettendo da parte la riuscita e il destino dei moti in atto, le problematiche scatenanti sembrano essere sempre le stesse.

C’è qualcosa di estremamente pericoloso per gli abitanti del mondo, pare, nel dilagare del neoliberismo. Un’onda del profitto che non si lascia cavalcare facilmente. All’espansione apparentemente illimitata della prima globalizzazione è seguito il periodo di stagnazione e di presa di coscienza. Quel movimento globale contro le logiche del capitalismo nella sua versione rinnovata si disperse dopo gli scontri violenti di Genova e l’entrata in guerra degli USA di Bush.  Restarono pochi spauriti dispersi o frange isolate di violenti.

Da qualche anno in Italia alcuni sbandati sono stati raccolti dal Movimento 5 stelle e, ultimamente, sono le destre a rivendicare la lotta contro la globalizzazione. Le proteste hanno cambiato segno e si fondano sull’unicità della nazione e sulla rivendicazione del primato. Le stesse manifestazioni sopra ricordate dovrebbero dimostrare quanto, nella maggior parte dei casi, il motivo scatenante corrisponda sempre a un fattore del tutto legato alla logica del profitto. Se in Cile e Libano sono le tasse, in Catalogna è una questione legata alla maggiore produttività della regione rispetto al resto del territorio spagnolo.

Il risveglio dei popoli e la reazione alle pecche del sistema avvengono in forme sempre meno inquadrabili. Da un lato i venerdì per la salvezza del pianeta e dall’altro l’intensificarsi delle schiere neo naziste. Tra i tanti rimpianti che il movimento No Global ha lasciato c’è da ricordare anche questo: niente dopo è stato più così aggregante, così rigorosamente, onestamente, sanamente, globale.

Paolo Onnis

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