Globalizzazione: l’Occidente all’ultimo stadio ?

Lo sviluppo del commercio internazionale ha rappresentato il trampolino di lancio per la riscossa dei paesi asiatici ed ex-coloniali. Il declino dell' Occidente, padre della globalizzazione, ne risulta di conseguenza, e con esso la crisi di un intero modello di civiltà.

Immagine Capertina: Zapiro
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La magica montagna di Davos, come raccontava anche Mann, è un ambiente in cui si danno convegno, da parecchio tempo, personaggi disparati e la crème de la crème dell’alta società.

Perlomeno, alta nel senso che tali convegni si tengono là su quella heidiana cima svizzera.

Quest’anno probabilmente la tradizione di cui parliamo ha raggiunto l’apice (di nuovo!) : l’anno scorso Trump aveva marinato il congresso alpino, ma quest’anno si è presentato e si è accaparrato ben 45 minuti di palco e discorso.

E mancava solo il megatupé americano per restituire in pieno, alle atmosfere rarefatte di Davos, quel sentimento vago, a metà fra il Titanic che sta per affondare e il circo di Montecarlo.



La globalizzazione è davvero in crisi?

O piuttosto, sta marciando troppo bene?

Basta dare una scorsa all’elenco dei dieci porti interessati dal maggior flusso di merci al mondo : e si capisce come il mondo sia totalmente cambiato.

Irreversibilmente.

I 10 maggiori siti in questione, sono tutti asiatici. Per lo più cinesi, con una presenza per Dubai e Singapore.

Sembra la cartina storica di un saggio sulla situazione mondiale durante quel periodo che noi chiamiamo comunemente Medioevo. Cioè “quando il mondo era l’Asia”, come recita proprio un bel libro americano che considera quei secoli.

Un simile rapporto di forze, infatti, non si riscontravo probabilmente da 1000 anni.

Poi, gli eurocristiani hanno raggiunto e conquistato le Americhe, e contemporaneamente hanno sviluppato il capitalismo e grandi innovazioni tecniche, sino agli sviluppi industriali.

L’Occidente nel XIX secolo ha infine compreso ogni angolo del pianeta in una fitta rete di traffici, commerci, spedizioni militari e scientifiche.

E gli “altri mondi” hanno dovuto patire.

Per esempio: nel Settecento l’industria tessile del Bengala era nettamente superiore a quelle europee.

Ma gli inglesi, con alle spalle quelle risorse che citavo, la smontarono letteralmente, e ridussero quella regione a una sottoprovincia di una catena economica che faceva capo alla City.

Oggi, sono i Modi e gli Xi che difendono il libero commercio – mentre il discendente di immigrati tedeschi in America, il Presidente degli Usa, eleva dazi e contesta le regole del mercato globale.

La verità l’abbiamo di fronte agli occhi.

Oggi siamo, in assoluto, molto più ricchi anche solo di 50 anni fa.

Ma le disparità all’interno delle singole nazioni non hanno fatto altro che crescere, nei decenni recenti – e questo, è stato causa ed effetto di un sistema che non ha più visto in New York il proprio centro incontrastato.

In un contesto in cui, inversamente, le distanze fra le nazioni sono andate diminuendo: la supremazia relativa dell’Occidente è ormai scemata.

E la cosa era prevedibile e in effetti prevista perlomeno dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale.

Lo sviluppo del commercio internazionale ha rappresentato infatti il trampolino di lancio per la riscossa dei paesi asiatici ed ex-coloniali. Il declino dell’Occidente, padre della globalizzazione, ne risulta di conseguenza, e con esso la crisi di un intero modello di civiltà.

I valori che si trovano alla base del modello liberal-social-democratico perdono lentamente terreno.

E se questo processo è lento, pur coi suoi scatti in avanti, quel che conta è che l’esito ultimo – una società ineguale e insicura come non si sperimentava dai tempi dei nostri avi – è chiaro a tutti.

La verità è che la strada di un approfondimento di conquiste e istituti preziosissimi è stata abbandonata, a vantaggio dell’interesse di una minoranza.

E questo non solo ha prodotto i risultati che dicevo, ma ha avvantaggiato classi dirigenti e popolazioni che sono entrate da protagoniste del sistema globale solo di recente.

Per cui, oggi Europa e America hanno perso la forza, e la autorevolezza, necessarie a difendere i valori di libertà ed eguaglianza democratica fuori da i propri confini.

Non per niente, vediamo che figure oscure tornano a far udire certi discorsi e mostrano certe pose, anche in paesi come l’Ungheria, la Polonia, e la stessa America.

E oggi, non per niente, i difensori del liberto mercato e della globalizzazione, Modi e Xi già citati su tutti, sono figure ben poco democratiche.

I tempi dei Kennedy o dei Carter, dei De Gasperi e dei Monnet sono lontani.

Ma di nuovo, la regola è una sola: la storia non finisce.

Il tempo, non si ferma.

Impossibile credere che, dopo un 2017 di relativa tranquillità, a confronto di un 2015-16 turbolenti, non si verifichino nuove fasi di tensione e non si produca una qualche reazione da parte dei più sfortunati.

Potremmo allora scoprire che la rassegnazione e l’abulia, che sperimentiamo nell’attuale campagna elettorale nazionale, sia qualcosa da rimpiangere rispetto ad atmosfere più pericolose.

Anche perché la lezione di cento anni fa, per molti è storia dei sumeri.

 

Alessio Esposito 

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