Governo e industria automobilistica: l’intesa improvvisa

Fca e Renault risvegliano la collaborazione

Le prime avvisaglie di questa importante apertura al dialogo, una volta chiuse le elezioni, hanno ragioni prettamente politiche. Tutto comincia infatti con la riflessione di Claudio Borghi, presidente leghista della commissione bilancio alla Camera, immediatamente sottolineata dallo stesso Salvini.

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Da mesi i sindacati dell’automotive chiedono udienza al governo e, finalmente, sembra giunto il tempo dell’ascolto.

A risvegliare il dialogo tra governo e industria automobilistica è, ovviamente, quella che già viene definita come l’operazione industriale dell’anno: la fusione tra FCA e Renault. A livello politico l’importantissimo evento è inizialmente passato in sordina. La causa risiede nella sfrenata campagna elettorale e negli attriti interni alla maggioranza. Ora, però, terminata la corsa per le europee, il governo mostra tutto il suo interesse per un settore industriale tipico del panorama italiano. Un settore che dovrà affrontare, nel minor tempo possibile, una transizione produttiva in favore della sostenibilità.

La prima spinta è tutta politica

Le prime avvisaglie di questa importante apertura al dialogo, una volta chiuse le elezioni, hanno ragioni prettamente politiche. Tutto comincia infatti con la riflessione di Claudio Borghi, presidente leghista della commissione bilancio alla Camera, immediatamente sottolineata dallo stesso Salvini. Borghi mette in risalto, in relazione all’affare FCA-Renault, un presunto problema di reciprocità. Una quota di Renault è detenuta dallo stato francese mentre FCA è del tutto privata. Subito dopo il Ministro dell’interno coglie la palla al balzo affermando che una partecipazione statale in FCA sarebbe doverosa per controbilanciare la presenza francese.

L’affermazione di Salvini agisce come un magnete. L’occhio infuocato del governo si posa sull’industria automobilistica con l’intenzione di rivoluzionarla.

Il ministero dello sviluppo si risveglia dal letargo

Le azioni che il ministro Di Maio, in quest’anno di governo, ha intrapreso in favore dell’industria automobilistica appaiono spesso estemporanee e vagamente propagandistiche. Esempio calzante sono gli incentivi per l’acquisto di auto verdi che non prevedono soluzioni per agevolarne la produzione. A seguito delle parole di Salvini, però, il ministro pentastellato, che ora rischia il suo ruolo di leader, sembra accorgersi improvvisamente di aver del lavoro da svolgere. Lavori e progetti che, magari, riposano da mesi sulla sua scrivaniaComincia la valanga.

Ad aprile il ministero dello sviluppo era riuscito a far riconoscere la città di Torino e i suoi dintorni come “area di crisi complessa“. Le aree di crisi complessa sono luoghi caratterizzati da grandi e fiorenti imprese, tra cui quelle automobilistiche, che in breve tempo dovranno affrontare una rischiosa transizione. Transizione che, se lasciata al caso, potrebbero mettere in ginocchio queste aree.




Dopo il riconoscimento di quest’area di crisi, però, le attività del ministero si erano bruscamente interrotte senza alcun motivo concreto. La causa va probabilmente ricercata nella “distrazione” rappresentata dalla corsa alle europee. Finite le elezioni e con il caso FCA-Renault in primo piano, però, Di Maio torna a interessarsi alla questione. Per il 31 maggio decide infatti di convocare una tavola rotonda, con le imprese automobilistiche, per “piantare il primo seme” della transizione verso la così detta auto verde e connessa.

Un appuntamento tira l’altro

Come già detto, il resto segue a valanga. Entro giugno si prevede, infatti, un secondo incontro con la partecipazione di Confindustria. La confederazione delle industrie avrà il compito d’illustrare un piano di settore per agevolare le imprese nella transizione. Ma non solo. Nel corso di questo incontro saranno presentati i così detti Ipcei (Importanti progetti di comune interesse europeo).  Strumenti ideati dalla commissione UE al fine di aiutare le imprese a schiodarsi dai sistemi produttivi tradizionali, per migrare verso nuove soluzioni sostenibili in termini ambientali ma anche socio-culturali.

A Febbraio il Ministero dello sviluppo aveva anche elaborato un progetto relativo alla produzione di batterie per l’elettrificazione dei veicoli (ambito in cui Francia e Germania risultano molto più avanti di noi), ottenendo la collaborazione di 30 imprese disposte a raccogliere la sfida. Il progetto è restato in fase di avvio, per non dire fermo, per tutti questi mesi ma ora, alla luce dei nuovi punti d’incontro, potrebbe ricevere nuova linfa, con grandissimi benefici per l’industria automobilistica e per la salvaguardia ambientale.

Si delineano così le priorità governative per quanto concerne questo mondo industriale così importante nel nostro paese. Per prima cosa viene riconosciuto che la transizione verso l’auto verde può essere svolta solo in collaborazione con la comunità europea, tramite l’Ipcei e le altre forme di condivisione di capitale già presenti.  In seconda battuta viene finalmente riconosciuta, quasi ufficialmente,  la necessità e l’obbligo di maggiori investimenti sull’auto elettrica e ibrida. In mancanza di questi, infatti, la nostra industria automobilistica, per quanto forte possa essere, corre il rischio di trovarsi tecnologicamente isolata e con un sistema produttivo non più modificabile ma, semplicemente, da buttar via.

 

Andrea Pezzotta

 

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