Grecia, tre migranti condannati a 439 anni dopo un naufragio

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Tre sopravvissuti a un naufragio avvenuto in Grecia sono stati condannati complessivamente a 439 anni di carcere, in attesa di ricorrere in appello.

Fuggivano dall’arruolamento forzato e dalla guerra in Siria dopo essersi rifugiati in Turchia. La meta finale era l’Italia, ma adesso sono in prigione anche per una distorsione legislativa del sistema greco, denunciata da attivisti e avvocati.

Scafisti per necessità

Negli ultimi anni sono saliti alla ribalta delle cronache giudiziarie i casi di diverse ONG accusate di essere complici del traffico di migranti. Gli eventi più noti sono legati a quello dell’attivista tedesca Carola Rackete della Sea Watch. Molto più frequentemente a finire sotto processo sono i cosiddetti “scafisti”, quelli che materialmente guidano le barche. Il loro profili sono diversi: banditi pagati direttamente dalle organizzazioni criminali, vittime della tratta che non possono permettersi il viaggio della speranza (anche minori), persone costrette da minacce oppure coloro che prendono il controllo del timone in un momento di particolare pericolo. Le accuse, che vanno dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina all’omicidio con dolo eventuale, non sempre vengono confermate nelle corti italiane per la scriminante dello stato di necessità: cioè quando la situazione di pericolo non è stata causata dall’accusato e l’atto, che sarebbe un reato, non può essere evitato per salvare sé o altri. L’applicazione della legge in Grecia non permette questa possibilità: è quello che denunciano diverse ONG e gli avvocati di tre migranti condannati a 439 anni dopo un naufragio, una condanna “record”. Purtroppo non è la prima nella Repubblica Ellenica.

Il naufragio

È la mattina della vigilia di Natale del 2021. Nel mondo, tra tavole imbandite e copiosi se non futili regali, si preparano le celebrazioni della nascita di un “migrante” in una stalla, avvenuta più di duemila anni prima.

Un’ottantina di migranti tentano la fortuna partendo dalle coste turche: destinazione finale è l’Italia. Il viaggio, organizzato da un’organizzazione criminale, dovrebbe essere abbastanza sicuro: la barca non è un ancora più precario gommone e si cerca di evitare la “trappola” greca, dove il respingimento verso la Turchia è certo, e in troppi casi anche illegittimo dal punto di vista formale. Molti sono gli immigrati che hanno già sperimentato le dure politiche sull’immigrazione europee e della Grecia: anche dopo aver speso anni in diversi paesi dell’unione Europea, magari imparandone le lingue ed essendo stati sfruttati nel mercato del lavoro, vengono inviati nuovamente in Grecia, uno dei più frequenti paesi europei di entrata e dunque quello che, secondo la legge dell’Unione, dovrebbe farsi carico del loro destino “iniziale”. L’obbiettivo dei naviganti è dunque quello di tentare la fortuna giungendo direttamente in Italia, ancora più lontano dalla “democratura di Erdogan.

I “contrabbandieri di esseri umani” non vogliono rischiare l’arresto o le loro vite, per questo scaricano la responsabilità sulle vittime dei loro traffici, inducendoli a guidare le imbarcazioni di fortuna: di solito si sceglie qualcuno che ha delle competenze, anche minime, di navigazione. Un fattore che aumenta di poco la sicurezza del viaggio, se di sicurezza si può parlare… Altre volte si sceglie semplicemente qualcuno che ha anche una vaga dimestichezza con la meccanica della nave, magari offrendo uno sconto sulla criminale e spropositata tariffa: è questo il caso di Abdallah, Kheiraldin e Mohamad.

I tre detenuti fuggivano dai massacri e dall’arruolamento forzato in Siria, dove è in atto una guerra civile da circa un decennio, con la speranza di far vivere in condizioni più dignitose anche le loro famiglie. In particolare uno di loro, che era stato respinto dal confine greco tre volte, ha spiegato che la sua bimba avrebbe bisogno di cure mediche urgenti. Si era rifugiato in Turchia accettando condizioni di vita insostenibili, ma le cure per la piccola non potevano essere garantite lì. Un altro dei tre, proprio nel giorno del processo che è seguito alla loro tragedia in mare, ha ricevuto la notizia dell’esecuzione del padre eseguita dalle forze governative siriane.

I tre migranti hanno dichiarato di aver inizialmente accettato di guidare la barca perché non potevano permettersi la cifra (tra 7 e 10 mila euro a testa) richiesta dai trafficanti. Dopo aver visto le condizioni di sovraffollamento e precarietà della barca hanno rifiutato di guidarla, ma in seguito sono stati costretti ad accettare anche per un’infame minaccia: quella di ritorsione contro le loro famiglie. Hanno anche provato a convincere nel desistere dalla partenza gli altri disperati passeggeri, riluttanti a rinunciare al viaggio dopo aver speso i risparmi di una vita e con la pressione dei pattugliamenti dell’esercito Turco. Tutto questo dopo essere stati rinchiusi in un covo protetto da sbarre, sotto sorveglianza armata per alcuni giorni. In pratica, una scelta che non poteva essere rifiutata…

Dopo una mezza giornata di navigazione con condizioni metereologiche avverse i motori si rompono, il panico sale insieme al livello di acqua sulla barca che si ribalta, vicino l’isola di Paro: i soccorsi arrivano ma 18 persone perdono la vita, altre sono scioccate, ferite e quasi congelate, a un passo della morte per ipotermia. In quella sola settimana altre tre imbarcazioni erano naufragate nel mare Egeo, altre 31 vittime, molte disperse… Numeri verso i quali tanti si sono assuefatti o, peggio, che vengono sfruttati per campagne contro le fondamentali operazioni di salvataggio di diverse organizzazioni. Operazioni che “tamponano” gli effetti nefasti del “proibizionismo delle migrazioni”.

Il processo

Lo svolgimento del processo è stato descritto da Christina Karvouni di Aegean Migrant Solidarity e Julia Winkler di borderline-europe: è la mattina del 5 Maggio, i tre sono ammanettati l’un l’altro nell’aula di tribunale sull’isola di Siro. Solo due parenti (rispettivamente un fratello e uno zio di due accusati) hanno i permessi per entrare in Grecia e la possibilità economica per essere presenti durante il giudizio. Vengono ascoltati come testimoni della difesa: racconteranno delle precarie circostanze di vita alla base del “viaggio” della speranza, e dei motivi impellenti che li hanno costretti a intraprenderlo. Il giorno prima era stato concesso ai due un colloquio di dieci minuti: né un abbraccio né una stretta di mano, nessun permesso di alcun contattato fisico e nemmeno di una telefonata agli altri familiari. Alla madre del terzo è permesso invece di essere collegata telefonicamente durante l’udienza, ma non può parlare con suo figlio. Da mesi erano detenuti sull’isola di Chio. Manca un interprete: la Corte rifiuta di rinviare l’udienza e convoca un traduttore. Manca anche l’unico testimone convocato dall’accusa, un poliziotto dell’autorità marittima greca, mentre è presente il terzo della difesa, un soccorritore.

Il verdetto è una condanna per aver favorito l’immigrazione di persone senza un regolare visto e per aver messo in pericolo la vita dei superstiti. In particolare Kheiraldin A., considerato il capitano, ha ricevuto 10 anni più altri 177 in totale per 59 dei sopravvissuti (quindi tre anni in più per ogni persona messa in pericolo); Abdallah J. e Mohamad B., con gli improvvisati ruoli di meccanico e aiutante, hanno avuto 8 anni più altri 118 (due anni in più per ogni sopravvisuto), per un totale di 439 anni di carcere. Inizialmente sul loro capo pendeva anche la pena di 18 ergastoli a testa, uno per ogni vittima, derivante dall’accusa di essere parte dell’associazione a delinquere e di aver causato il naufragio.

Nell’arringa finale, lo stesso procuratore ha ammesso la problematicità della legge che, secondo attivisti e organizzazioni di soccorritori, dovrebbe essere cambiata: per loro il problema principale non è un potenziale abuso o una non corretta applicazione della regola, ma la stessa legge. Se non riformata, prevedono loro, continuerà a produrre ingiuste condanne di centinaia d’anni. L’accusa ha infatti chiesto alla giuria di riconoscere le attenuanti, spiegando che non è specificamente prevista la situazione in cui sono incappati i tre, ossia quella di trasportare terzi, oltre a sé stessi, sotto minaccia e senza profitto economico. In parte dunque sono state accolte anche le richieste della difesa, che avrebbe voluto ottenere anche la derubricazione del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ci sono comunque buone speranze che la sentenza venga almeno ulteriormente ridotta in appello, proprio perché sono stati evitati gli ergastoli, evento giuridicamente raro in casi come questo. In più nel processo sono stati anche riconosciuti come vittime, cosa non accaduta in altri casi giudiziari simili. Tuttavia quella della difesa, nonostante gli sforzi, è una vittoria di Pirro e, secondo molti, una sconfitta del concetto di giustizia: la loro responsabilità non dovrebbe essere equiparata a quella dei trafficanti, e si dovrebbe fare distinzione tra carnefici e vittime, persone marginalizzate che rischiano non solo la morte ma anche il carcere a vita.

Comunque la richiesta di un cambio delle legge per evitare che dietro le sbarre finiscano innocenti è forte: in un dossier realizzato dalle due associazioni succitate, si analizzano svariati casi simili di criminalizzazione  e <<carcerazione dei marginalizzati>>: a volte anche una sola dichiarazione della guardia costiera greca è stata considerata sufficiente per una condanna a “secoli” di carcere e più di un milione di euro di multa, solo per aver guidato una barca rischiando la propria vita. Nel rapporto si parla anche di altri eventi nel resto dell’UE, come il già citato caso della Sea Watch.

I complici morali

C’è un altro particolare rilevante dal punto di vista investigativo, che aiuta anche a riflettere sulla corruzione e sui complici morali di tali crimini: i legali della difesa hanno fatto notare che gli stessi soprannomi con cui i trafficanti si facevano chiamare sono menzionati in un altro processo. Alexandros Georgoulis, uno degli avvocati, ha dichiarato a proposito: <<questo caso riguarda tre rifugiati siriani obbligati a prendere il comando di un’imbarcazione con la minaccia a mano armata di trafficanti turchi (…) Di particolare importanza è il ruolo della guardia costiera turca, che è chiaramente coinvolta nel caso, dato che ha permesso il passaggio della nave dopo un contatto telefonico con i banditi. Ciò significa che quantomeno sapevano del transito, se non si stavano addirittura coordinando con i trafficanti. Non di ultima importanza è chiedersi perché non volevano fermarsi in Grecia e andare direttamente in Italia. Di cosa avevano paura? La domanda potrebbe condurci verso i veri criminali, le cosiddette politiche della “Fortezza Europa”>>.

I migranti infatti non solo sono potenziali vittime di tratte, merci umane per sfruttamenti illeciti o legali, ma anche strumenti di pressione politica: aprire o chiudere “il flusso” della migrazione è un’arma di ricatto troppo diffusa sul nostro pianeta.

Paolo Maria Addabbo

 

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