Green Pass e privacy: preoccupazione per la comunità transgender

Dal 6 agosto scorso il tanto discusso Green Pass è diventato realtà. Fra le perplessità, quella circa il legame tra Green Pass e privacy delle persone transgender, con documenti non rettificati, si è fatta strada in queste ultime settimane. L’attivismo fa appello a possibili soluzioni.

Le nuove regole per contenere il diffondersi della pandemia sono entrate in vigore tra critiche, proteste e adesioni. E, da quanto previsto, ci accompagneranno ancora a lungo. Anche chi ne sostiene l’utilità, ritiene che esse debbano tener conto dei diritti e doveri di tutti, senza distinzione alcuna. Qualche incongruenza è sorta, invece,  nell’implicazione tra Green Pass e privacy riguardante persone transgender senza rettifica dei documenti.

L’utilizzo del Green Pass può ledere la privacy?

È ciò che più preoccupa, al momento, il mondo LGBT+, la comunità transgender e chi lotta per i diritti. L’utilizzo del green pass, così com’è stato previsto, lederebbe, infatti, la privacy di queste persone, imponendo loro di fare un coming out forzato, nel momento in cui un esercente chieda spiegazioni circa il nome che vede sul documento.

La questione è stata sollevata, nelle scorse settimane, da vari membri della comunità transgender, esponenti del mondo politico e attivisti per i diritti civili. Fra gli altri la senatrice Monica Cirinnà, ha parlato di “umiliazione” per le persone transgender. Mentre, l’ha descritta nel dettaglio, in un video sul suo profilo IG, Francesco Cicconetti, ragazzo transgender e attivista. L’ormai noto creator è in prima linea nella battaglia per i diritti e per la diffusione di una narrazione inclusiva della transessualità. Si esprime così all’indomani dell’entrata in vigore del Pass:

(…) Sappiamo anche in cosa consiste il Green Pass. È un QR Code nel quale è riportato anche il nome anagrafico. Perciò è facile capire dove stia la problematica per le persone transgender che non hanno ancora rettificato i loro documenti. A tutti gli effetti, queste persone saranno costrette ad un coming out forzato.

Quali situazioni mettono a rischio la privacy?

Francesco Cicconetti si è fatto portavoce, in quest’occasione, di tutti coloro ai quali le nuove regole potrebbero togliere il diritto a raccontare se stessi come e quando vogliono e, di conseguenza, a una tranquilla quotidianità e alla vita sociale. La cosa è, inevitabilmente, collegata al problema del lunghissimo ed estenuante iter burocratico previsto, in Italia, per una persona transgender, al fine di veder rettificati i propri documenti. Ciò porta con sé innumerevoli disagi e conseguenze per il benessere di un individuo che non andrebbero mai sottovalutati:

Fino a ieri le situazioni in cui mostrare i documenti erano più specifiche, più rare e non così quotidiane. Si dovevano mostrare in particolare negli ambienti sanitari o per esempio, per iscriversi in palestra o ancora, mostrarli alle forze dell’ordine in un posto di blocco. Si parla quindi, come detto, di situazioni extra ordinarie. (…) Quello che sta succedendo con il Green Pass è che queste problematiche, prima extra ordinarie, ora saranno ordinarie e le persone trans con i documenti non ancora rettificati saranno costrette, ogni volta, a spiegare la loro situazione.

Quale pericolo?

Ciò che più preoccupa è il rischio di un’autoesclusione dalla vita sociale. E sappiamo bene come la mancanza, parziale o totale, di socialità possa danneggiare la sanità mentale di chiunque. Sempre Cicconetti:

Le persone non sono ancora preparate all’accoglienza delle persone trans perché è un argomento che nelle università non viene trattato, quindi non è colpa di nessuno ed è colpa di tutti allo stesso tempo. (…) La grande preoccupazione è che queste persone con i documenti non ancora rettificati si autoescludano piano piano dalla vita sociale, rinuncino ad andare a bere qualcosa al bar con gli amici. Rinuncino ad andare a mangiare una pizza. Rinuncino alla cultura, ai musei, al cinema.




Burocrazia e rettifica dei documenti

Avendo attraversato tutte le fasi di questo percorso burocratico, lo stesso  Cicconetti ne ha spesso denunciato la lentezza, narrando la sua personale esperienza per cercare di cambiare qualcosa in tal senso. E continua a farlo quotidianamente.

Io ho ricevuto, finalmente, i miei documenti rettificati questo Aprile, dopo quattro anni di percorso di transizione. Quattro anni durante i quali il nome riportato sulla carta d’identità non mi rappresentava e, per questo, mi ha creato non pochi disagi. (…) Tra le altre cose, io ho rinunciato, per esempio, ad andare in palestra. Perché non volevo che le persone sapessero il mio nome anagrafico e non volevo dover spiegare loro che sono un ragazzo trans, che sono in percorso di transizione, che devo cambiare i documenti, che quel nome non mi rappresenta. Non avevo voglia, in sostanza, di essere costretto a fare coming out. (…) Non mi aspetto che le persone riescano a capire, riescano a percepire sulla propria pelle che cosa significhi questo, che dolore si porti dietro, che carico di disagio possa essere. Ma mi aspetto che le stesse persone capiscano che si tratta di un problema e che quindi deve essere risolto.

Soluzioni possibili

Riguardo alla questione Green Pass la comunità transgender ha già proposto delle possibili soluzioni che potrebbero essere adottate nell’immediato per ovviare al problema. Si è parlato persino di una Help Card da associare al Green Pass al momento di esibirlo, per fornire, in forma scritta, una spiegazione che, altrimenti, va data in pubblico e a voce:

La comunità trans si sta muovendo per trovare delle soluzioni. Per esempio, il gruppo trans ha pensato ad una Help Card da mostrarsi in contemporanea al Green Pass che riporti una dicitura del tipo ‘Questo nome non mi rappresenta, per favore evita di fare domande’. Almeno, in modalità scritta, un po’ di privacy viene tutelata. Questa, però, è una soluzione salvagente che deve essere temporanea. Non può essere una soluzione considerata ufficiale e non può essere quella definitiva. Quello che chiediamo, quindi, è un provvedimento che possa tutelare queste persone.

Green Pass “alias”

Un’opzione forse più completa e risolutiva, potrebbe essere, secondo Francesco Cicconetti, quella di un Green Pass “alias” che si rifaccia al tesserino universitario “alias”, già adottato in molte università. Si tratta, in ogni caso, di palliativi utili a superare questo momento ma che non escludono l’urgenza di uno sfoltimento burocratico per semplificare le cose.

Quello che mi viene da proporre è un Green Pass “alias”, che funzioni similmente alla carriera alias universitaria. Tale carriera alias universitaria è un libretto alternativo nel quale è riportato il nome d’elezione e non quello anagrafico della persona. È una cosa già valida in molte università italiane e permette alla persona di accedere all’università e agli esami, in maniera libera, con il proprio nome, senza dover, tutte le volte, fare coming out. (…) E il Green Pass potrebbe funzionare allo stesso modo. Il problema comunque è ben più radicato.

Si auspicano provvedimenti risolutivi

Quello per cui stiamo tanto combattendo in questi ultimi anni è l’aggiornamento delle leggi che regolano il percorso di transizione, specie a livello burocratico. Perché non è possibile che una persona debba aspettare tre, quattro, cinque anni per vedere i propri documenti rettificati. Se non facciamo questo, perlomeno, non possiamo costringere le stesse persone chiuse in una morsa di documenti che non le rappresentano a fare coming out forzato in qualsiasi situazione sociale.

L’appello di Cicconetti è forte e chiaro. E, soprattutto, è legittimo.

Si tratta di una lotta sacrosanta, che la comunità transgender porta avanti da molto. La società sta cambiando il proprio modo di raccontare, capire e aiutare chi, avendo una disforia di genere, voglia affrontare un percorso di transizione per sentirsi finalmente a suo agio nel proprio corpo. Questo processo deve, necessariamente, passare per un adeguamento della burocrazia che può e deve diventare funzionale ad esso per riconoscere e tutelare i diritti di tutti. È una battaglia che va sostenuta e vinta, da chiunque usi le parole civiltà e democrazia, rivendicandole.

Assunta Nero

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