Griezmann contro Huawei: il francese in campo per la tutela degli Uiguri

Lo scorso 10 dicembre, Antoine Griezmann ha annunciato ufficialmente su Instagram la fine della partnership con Huawei. A quanto pare, le petit diable del Barcellona avrebbe sospettato un coinvolgimento del colosso cinese nel programma di sorveglianza e “rieducazione” della minoranza turcofona e islamica degli Uiguri. Non è la prima volta che un calciatore s’interessi di questa causa, basti pensare al commento di Mesut Özil che, nel dicembre scorso, aveva definito la questione degli Uiguri come una “ferita sanguinante dell’intera comunità mussulmana”. La reazione del governo cinese fu tanto dura da impedire la messa in onda della partita dell’Arsenal per non dare visibilità al giocatore.

Il messaggio di Griezmann è stato chiaro e inequivocabile. Sospensione immediata di ogni collaborazione a causa di sospetti insistenti non ancora smentiti. Secondo il giocatore, è inutile dimostrare l’infondatezza di questi sospetti senza schierarsi contro ogni forma di repressione ai danni di questa minoranza etnica. La risposta di Huawei non si è fatta attendere, dimostrandosi però ancora troppo poco concreta nel prendere chiaramente distanza dalla linea d’azione di Pechino.

Chi sono gli Uiguri?

La questione è estremamente delicata e l’ambiguità delle risposte del governo cinese e delle società sospettate non aiutano per nulla. La comunità Uiguri comprende più di 11 milioni di individui turcofoni e di religione islamica che abitano la regione autonoma cinese dello Xinjiang. La forte identità storico-culturale e linguistica di questa etnia ha motivato un movimento indipendentista che, purtroppo, continua ad essere represso dalla dittatura cinese.

Dal 2017, a seguito delle insistenti denunce, sono venuti alla luce alcuni campi di detenzione in cui il governo cinese continua ad imprigionare un elevato numero di Uiguri. Nonostante Xi Jinping continui a definirli “necessari per prevenire la radicalizzazione e il terrorismo islamici”, è evidente il tentativo cinese di cancellare questa cultura, impedendo una “rinascita religiosa” e cercando disperatamente di inserire gruppi cinesi Han nell’area per rimodellare la componente etica della popolazione locale.

Quali sono i sospetti su Huawei?

Secondo un’indagine della società americana Ipvm, le principali compagnie tecnologiche cinesi starebbero sviluppando un sistema di riconoscimento facciale in grado di distinguere non solo età e sesso, ma anche i tratti somatici tipici di un’etnia in particolare. Dopo aver decifrato i lineamenti di un utente Uiguritibetano, il dispositivo avvertirebbe quindi le autorità militari più vicine in modo da monitorarne gli spostamenti e l’attività.




La notizia, divulgata dal Washington Post e basata sul ritrovamento di documenti secretati delle due principali società indiziate (Huawei e Megvii), ha poi spinto i colossi cinesi a confessare l’esistenza di un progetto per il perfezionamento dell’intelligenza artificiale in questa direzione, negando però un coinvolgimento diretto della minoranza Uiguri o di altre etnie. É importante specificare, inoltre, che programmi di riconoscimento facciale sono ampiamente utilizzati dal governo cinese, e anche da quello statunitense, per aumentare il controllo delle autorità sulla società o per condurre indagini ed inchieste.

La risposta a Griezmann

In seguito all’annuncio di Griezmann, la compagnia cinese si è detta dispiaciuta dall’accaduto. Per rassicurare l’ormai ex-testimonial e la clientela, Huawei ha poi proposto di mostrare il suo impegno per la tutela dei diritti umani. Il successivo dietrofront nell’ammettere lo sviluppo di tecnologie per il riconoscimento facciale ha però insospettito l’opinione pubblica. Perché negare dichiarazioni fatte dal portavoce di Megvii? C’è forse qualcos’altro da nascondere? Ad ogni modo, Huawei ha avallato questo problema definendo il firmatario di quel documento come un subappaltatore piuttosto che un suo dipendente.

Sottolineando poi l’adesione della società al Global Compact delle Nazioni Unite, ha ribadito il suo impegno nel tutelare i diritti umani e la privacy di tutti gli utenti. Nonostante le affermazioni della compagnia cinese, ci sono ancora degli aspetti poco chiari di questa vicenda. Leggere di sistemi di riconoscimento etnico e di campi di “rieducazione” fa venire i brividi, soprattutto pensando ai terribili precedenti storici del secolo scorso. Tuttavia, anche a noi cittadini occidentali dovrebbe sorgere spontanea una domanda. In questa società tanto digitalizzata, la nostra privacy quanto effettivamente risulta tutelata? E soprattutto, fino a quando permetteremo situazioni del genere?

Alessandro Gargiulo

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