Beppe Grillo e la cultura dello stupro: benvenuti nell’Italia del 1300

Il figlio Ciro è indagato insieme a tre amici per un presunto stupro di gruppo avvenuto in Sardegna nel 2019. Ieri Beppe Grillo è intervenuto via social sulla vicenda e ha dimostrato che la cultura dello stupro, in Italia, nel 2021, è ancora un problema. Cosa ha detto? Che non è vero niente. Che il giorno dopo una violenza sessuale non si va a fare kite surf. E che non si denuncia dopo otto giorni. Benvenuti nell’Italia del 1300, dove si fa finta che la violenza sessuale sia una ragazzata, che le donne che denunciano siano sempre consenzienti o comunque bugiarde.





C’è un personaggio famoso, influente, in vista. Questo personaggio ha un figlio, abbastanza grande per non essere sotto l’occhio del genitore 24 ore su 24, ma sufficientemente piccolo perché le sue azioni coinvolgano comunque la famiglia. Questo figlio combina qualcosa di molto grave, per cui ci sarà un processo: può essere che il ragazzo causi un incidente, magari sotto l’effetto di alcool o di stupefacenti. Può essere anche il ragazzo sia coinvolto nel traffico d’armi, nello sfruttamento della prostituzione, nella truffa, nelle corse clandestine. Quello che volete.



Le reazioni di un genitore

Le reazioni del genitore, umanamente, possono essere due, ma in questo caso non possono prescindere dalla prima questione: il genitore è un personaggio famoso, influente, in vista. Che può optare per un dignitoso silenzio, per una tristezza contenuta o anche per uno sfogo pieno di amarezza, con cui si può umanamente empatizzare. È quello che ha fatto, ad esempio, Paolo Genovese, il regista il cui figlio è accusato di omicidio stradale, a seguito di un incidente in cui hanno perso la vita due ventenni, Gaia e Camilla. In altri casi, il genitore famoso di cui sopra può decidere di fare il pazzo e lanciare stracci. Come ha fatto ieri, esattamente, Beppe Grillo. 



La premessa

Il video che il garante dei Cinque Stelle ha pubblicato tramite i suoi social è un fiume di rabbia. La premessa è il processo a cui verrà probabilmente sottoposto il figlio del comico, Ciro. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 2019 lui e altri tre amici avrebbero abusato di due studentesse nella villa in Sardegna della famiglia Grillo. La procura di Tempio Pausania, a seguito della denuncia sporta dalla vittima, una studentessa di 19 anni, ha aperto un fascicolo per violenza sessuale di gruppo e ha avviato le indagini nei confronti di Ciro Grillo, Francesco Corsiglia, Edoardo Capitta e Vittorio Lauria.

Le indagini

Le indagini sono state avanti per 18 mesi e lo scorso novembre si sono formalmente concluse, nonostante le proroghe richieste dagli avvocati. Lo scorso giovedì, i quattro giovani genovesi sono stati interrogati dai magistrati di Tempio Pausania, in presenza dei loro difensori. La loro tesi? Si è trattato di rapporti sessuali di gruppo, ma consenzienti.

L’accusa invece sostiene che una delle due ragazze sia stata costretta ad avere rapporti sessuali in più stanze dell’abitazione e sia stata afferrata per la testa per farla ubriacare, approfittando delle sue condizioni di inferiorità fisica e psicologica. Addormentatasi, poi, Ciro Grillo, alla presenza degli amici che scattavano foto, le avrebbe appoggiato i genitali in testa. Le fotografie sono state rinvenute sui telefoni dei giovani, mentre la madre di Ciro, che dormiva nella villa stessa, ha detto ai magistrati di non avere sentito nulla.

Il contenuto allucinante del video

Beppe Grillo, quindi, ieri ha ben pensato di sfogarsi sui social. Il terreno però è scivoloso e uscire dal seminato è un attimo. Grillo parte chiedendosi fondamentalmente perché il figlio e gli amici non siano stati arrestati subito (la violenza sessuale è un reato per cui è previsto l’arresto in flagranza) o quantomeno perché non siano stati sottoposti a custodia cautelare. Da qui in poi, però Grillo si spertica in un concentrato di maschilismo, cultura dello stupro e colpevolizzazione delle vittime, condendo il tutto con stigmatizzazioni e oggettivazioni.

Le obiezioni di Grillo e la cultura dello stupro 

Grillo sostiene infatti che una persona che viene violentata “il giorno dopo non vada a fare kite-surf” e che il fatto che la ragazza abbia denunciato l’accaduto dopo otto giorni sia, secondo lui, la prova che “non è vero niente”. Nel video sbraita, si gonfia e si agita, sfoderando tutto l’armamentario da maschio alfa, che si scontra però con quanto previsto dal codice di procedura penale. Il nostro ordinamento infatti permette alle vittime di violenza sessuale di denunciare il reato entro un anno. La norma è stata modificata nel 2020, raddoppiando i termini rispetto ai sei mesi previsti in precedenza. Altro che otto giorni, comunque. È come se l’ordinamento avesse interiorizzato la ripugnanza del reato di violenza sessuale, che ogni persona può rielaborare in modi e tempi diversi. Sempre sperando che arrivi a rielaborarlo.  

Un’occasione sprecata per parlare di giustizia

Avrebbe potuto sfruttare l’occasione per aprire un dibattito interessante, su quel principio di cui tanto si facevano portabandiera e che si trova sulla Treccani alla voce di “garantismo”. Si sarebbe persino potuto discutere sulla questione dell’esposizione mediatica delle vittime e degli indagati. Cosa che, peraltro, nel caso in questione non aveva tenuto banco più di tanto. Ma il tema è diventato scottante dopo il video di ieri, quando a esporre la vittima ci ha pensato proprio Grillo, nel suo delirio rabbioso via social. 

La vittimizzazione secondaria

Questa mattina, quindi, c’è solo da chiedersi: e se io fossi quella ragazza? O la famiglia di quella ragazza? O se fossi una tra le 4 milioni e 520 mila donne che, almeno una volta nella vita, hanno subito una violenza sessuale? Una di quelle amiche, colleghe, ragazze conosciute in discoteca, vicine di casa, clienti, dipendenti, fidanzate, mogli, ex compagne, complete sconosciute che deve aver pensato “E se poi non mi credono?”. Una tra quelle a cui, prima o poi, deve essere balenato in mente qualcosa nella forma di un “Però forse, anche io avrei potuto stare più attenta…”.

Questo è la vittimizzazione secondaria: primaria è quella vittimizzazione che riguarda il danno materiale e psicologico che deriva direttamente dal reato. Quella secondaria consiste invece in qualcosa di più inafferrabile e fluido: è tutto ciò che riguarda il rapporto tra la vittima, la società e le istituzioni. Capita che la vittima sia costretta a raccontare più volte quello che ha subito, rispetto agli altri reati: proprio perché deve dare maggiore solidità alle sue accuse, proprio perché c’è una soglia di credibilità da raggiungere, una sorta di livello di moralità da verificare.

Cosa avrebbe potuto dire Grillo a proposito di rape culture?

Ci sono tanti modi per parlare di violenza sessuale, di esposizione mediatica e di giustizia: Beppe Grillo avrebbe potuto esporsi comunque. Cosa avrebbe potuto dire da padre?  Avrebbe potuto accennare alla sofferenza della famiglia di una persona che viene indagata. Empatizzare per un genitore che si trova un figlio indagato è umano, al di là di simpatie e antipatie politiche. Addirittura al di là delle eventuali responsabilità. Se avesse voluto, Grillo avrebbe potuto rinnovare una dichiarazione di fiducia verso la giustizia. In un’acrobazia di retorica, avrebbe potuto auspicare anche un veloce chiarimento della responsabilità, magari allargando la questione alla lentezza della macchina giudiziaria. E, se proprio si fosse sentito Mahatma Gandhi, avrebbe potuto fare un riferimento anche alle ragazze coinvolte.

Troppo facile

E invece no. Grillo ha preferito dire che chi viene violentato il giorno dopo non va a fare kite surf e che non si denuncia dopo 8 giorni. Cos’è questa se non cultura dello stupro? E si limiterebbe forse “solo” a quello se Beppe Grillo non fosse, tra l’altro, un uomo ricco, potente e con un seguito di milioni di persone. Se Beppe Grillo non avesse apostrofato Rita Levi Montalcini o Laura Boldrini con epiteti intrisi di odio maschilista. Se, ancora, Grillo e i suoi non fossero diventati famosi come forcaioli e antigarantisti e se, un giorno non troppo lontano, non fossero finiti dall’altra parte, a utilizzare quel potere mediatico per assolvere un familiare. E se non fossero quelli che hanno voluto cancellare la prescrizione, per dirla in modo semplicistico.

Due pesi e due misure?

Lo deve ammettere anche la politica e anche chi è amico di Grillo: quel video e quelle parole sono inaccettabili. Fosse stato Salvini a farlo, sarebbe stato crocifisso sulla pubblica piazza. Il tacet o addirittura la solidarietà del Movimento Cinque Stelle (a parte quello della deputata Daga che si è schierata apertamente contro Grillo) è connivenza con il delirio maschilista del capo, a cui, ancora una volta, il Partito Democratico risponde balbettando. 

Elisa Ghidini

 

 

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