Le Grotte di Matala, il paradiso perduto degli hippie

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Le grotte di Matala, situate sulle rive del Mar Libico, sono delle cave naturali incastonate nel promontorio che incombe sulla spiaggia. Si tratta di rocce di pietra arenaria risalenti all’epoca Minoica, la cui destinazione d’uso è cambiata moltissime volte, a seconda delle necessità di chi vi ha vissuto, nel corso dei secoli.

Le grotte furono infatti utilizzate dall’uomo preistorico come riparo dalle intemperie, come tombe in epoca romana e successivamente come deposito di armi durante la Seconda guerra mondiale. Fu solo durante la metà degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta che la spiaggia di Matala divenne una delle mete più acclamate per il movimento Hippie.

La spiaggia dove Zeus portò Europa

Europa era una giovane principessa fenicia, figlia del Re Agenore e di Telefassa. Un giorno Zeus, già sovrano dell’Olimpo e sposato con Era, vedendola dall’alto del cielo se ne invaghì. Deciso a rapirla, il Dio si tramutò in un bellissimo toro bianco. Giunto sulla spiaggia si mise a pascolare l’erba del prato, per non intimorire le fanciulle. Vedendolo così calmo, queste gli si avvicinarono ed Europa gli montò in groppa. A quel punto il toro spiccò un salto e attraversò il mare verso l’isola di Creta, rapendo così la giovane principessa, ignara dell’inganno. Per unirsi a lei, Zeus scelse la spiaggia di Matala, non lontano da dove era nato. Europa diede alla luce tre figli tra cui Minosse, il Re di Creta.

Il movimento Hippie a Matala

Nel 1966 i giovani figli dei fiori iniziarono ad invadere la spiaggia di Matala, occupando pian piano ogni anfratto della scogliera. A portarli a Creta era il bisogno concreto di evadere da una società che riservava ai giovani un destino accademico, militare o governativo basato su criteri di efficienza e produttività. Un misto di curiosità, voglia di libertà e cambiamento. In quegli anni in America, il boom di giovani fuggiti dalle loro case alla ricerca di avventura raggiunse picchi altissimi, in risposta alle politiche statunitensi e alle insidie della Guerra del Vietnam. Sull’onda americana, anche l’Europa generava un flusso di alcune migliaia di giovani diretti ad Est, col fine utopico di vivere un’esistenza che poggiasse su altri ideali.

Durante il giorno i giovani si recavano alla Spiaggia Rossa o alla baia di Kommos. Durante la sera tornavano a Matala, dove cantavano, suonavano la chitarra e bevevano intorno al fuoco fino all’alba. Uno dei primi ad arrivare alle grotte di Matala fu lo scrittore Arn Strohmeyer il cui libro The Myth of Matala è finora il più ricco di foto e aneddoti sul movimento hippie alle grotte.

“C’erano solo un paio di piccoli ristoranti essenziali sulla spiaggia, una stanza all’interno e alcuni tavoli e sedie all’esterno. Penso che ai proprietari piacessimo davvero, beh, eravamo la loro unica attività in inverno. Per me è stato un momento per essere completamente lontano dal mondo, lontano nel fondo di Creta, senza regole, libero da tutto. Così racconta un giovane di nome Bob la sua esperienza a Matala nell’inverno 1968/1969. La sua preziosa testimonianza è stata raccolta, insieme a molte altre, all’interno di un sito olandese totalmente dedicato a Matala.

Le prime ingerenze e l’arrivo di Joni Mitchell

Nel 1968 il vescovo ortodosso Timotheos di Gortina pubblicò una circolare in cui accusava i moderni cavernicoli di abusare di alcool e droghe e di organizzare orge. Il risultato della circolazione di quel documento fu chiaramente l’opposto di ciò che il vescovo aveva sperato perché l’affluenza anziché diminuire, aumentò notevolmente. A partire dagli stessi Greci, che incuriositi si recavano a vedere ciò che succedeva nelle grotte e rifornivano i giovani di cibo e sigarette.

Circa un mese dopo la circolare, la rivista americana Life uscì in edicola con con un reportage di dieci pagine dedicato alle Grotte di Matala, scritto da Thomas Thompson e accompagnato dalle fotografie di Denis Cameron. In copertina “Young American Nomad Abroad” e una ragazza in costume seduta davanti all’ingresso di una grotta. Dietro di lei, un giovane a petto nudo sdraiato su un materassino. L’articolo non rappresentò altro che il biglietto d’invito per la generazione “peace and love”. Da quel momento in poi il piccolo villaggio cretese si trasformò in una comunità hippie che accoglieva giovani da tutto il mondo.

In molte guide si legge che personaggi illustri come Bob Dylan, Janis Joplin e Cat Stevens si unirono all’armonia surreale di questo magico luogo. Ma se di loro non si hanno testimonianze certe, di Joni Mitchell si. Arrivò a Creta nel 1970 con un’amica. Non aveva né una meta precisa né “pensava di avere l’aspetto di un’hippie” eppure dopo qualche giorno passato ad Atene la gente le diceva “hippie, hippie, vai a Matala”. E così lei fece. Poco dopo essere arrivata a Matala incontrò un cuoco dai capelli rossi, a cui dedicò la canzone Carey, incisa nell’album Blue del 1971, a testimonianza della sua esperienza vissuta a Creta.

La fine di un’utopia

Alla fine degli anni Settanta le irruzioni militari si fecero sempre più frequenti costringendo i giovani ad abbandonare le grotte. L’area venne recintata e istituita a sito archeologico.

Del selvaggio luogo incontaminato in cui vivevano gli hippie e dell’atmosfera di amore ed armonia che ha contraddistinto la baia in passato, adesso è rimasto ben poco. Oggi Matala è una spiaggia ben organizzata con lettini, locali ed ombrelloni. Il ricordo di ciò che è stato vive solo nei pensieri nostalgici di chi ha vissuto quella magia e assaporato gli ideali di libertà che li accomunava.

Annie Francisca

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