La miseria umana del maschilismo e della violenza viaggia anche sui gruppi Telegram

Se avete l’app di Telegram installata sul vostro smartphone, potreste aver notato, negli ultimi giorni, un’intensificazione di notifiche simili a  “Mario Rossi si è unito a Telegram”. Fin qui nulla di male. E’ successo anche a me e fin qui non ho dato molto peso alla cosa: molti enti come i Comuni, recentemente, hanno aperto dei canali per aggiornare i loro cittadini sull’emergenza Coronavirus, sul numero dei contagi e dei decessi relativi alla propria zona.



 

E invece no. 

“Anima candida”, mi sono detta da sola, quando invece ho scoperto che Telegram, in questi ultimi giorni, complice probabilmente la noia dell’isolamento, sta avendo un nuovo boom di iscrizioni per via del proliferare di chat in cui gli utenti si scambiano materiale sensibile, spesso relativo anche ai minori. In queste chat, migliaia di uomini postano fotografie, video e dati di donne senza il loro permesso, magari accedendo alle loro bacheche Facebook e Twitter.



L’allarme è stato lanciato da Twitter, dove alcune utenti si sono rivolte agli account della Polizia di Stato, ma anche all’on. Laura Boldrini per segnalare il fenomeno. I gruppi Telegram hanno nomi che lasciano poco spazio all’interpretazione e al garantismo, contenendo già di per sé minacce di stupro e di violenza.



I  numeri di alcuni di questi gruppi Telegram raggiungono cifre impressionanti, oltre i 40 mila contatti. Di questi, ne sono già stati segnalati moltissimi. Gli amministratori dei gruppi stessi e dei canali ad essi collegati, però, hanno già provveduto a crearne i doppioni. Si può segnalare alla polizia postale, a Telegram stesso o a chiunque abbia il potere di fermare queste violenze online, ma la punizione, come ipotesi remota, dei colpevoli, cosa restituisce a chi si ritrova una propria fotografia che ha fatto il giro di Internet?

Un fenomeno nuovo?

Il fenomeno non è certo nuovo. A gennaio dello scorso anno, Luca Zorloni di Wired Italia aveva sondato gli abissi di queste chat in un suo articolo. Becero maschilismo, fantasie violente, esaltazione di gruppo tramite il revenge porn: ecco il manifesto di una delle tante chat. Immagini di ragazzine, filmati rubati di donne in intimità, screenshot di Facebook, Twitter, Instagram, ma anche immagini scattate di nascosto sugli autobus o in metropolitana senza che le vittime se ne accorgano. Si arriva anche a scambiarsi numeri di telefono per una spedizione punitiva via Whatsapp alla ex fidanzata da parte del gruppo. Si alza l’asticella e si parla di droga dello stupro.

Perché proprio Telegram?

Telegram è un’applicazione che consente di chattare senza bisogno di mostrare il proprio numero di telefono o il proprio nome, nascondendosi dietro pseudonimi. Spesso, però l’anonimato non è nemmeno quello che gli utenti cercano, visto che in questi gruppi molti esibiscono nomi veri e foto profilo facilmente riconducibili ai propri social.

Dal punto di vista legale

Si parla di un vero e proprio contrabbando di immagini private e la sola pubblicazione di una foto online senza consenso è un illecito. Nel caso delle fotografie di nudo, la divulgazione provoca anche un danno e  l’articolo 167 del codice della privacy comporta la reclusione fino a tre anni. Per gli insulti, che configurano invece il reato di diffamazione, è previsto il carcere (da sei mesi a 3 anni) e una multa di almeno 516 euro.

Ancora più gravi le sanzioni in materia di minori. Per la detenzione e la diffusione di materiale sensibile in merito, la reclusione va da uno a cinque anni e la sanzione pecuniaria da 2.582 a 51.645 euro. Con la divulgazione del numero di una persona al fine di perseguitarla, invece si parla di stalking. La reclusione in questo caso può arrivare ai 5 anni.

Dal 9 agosto del 2019, però, comportamenti simili possono configurare il reato di “revenge porn“, con l’articolo 612 ter del codice penale rubricato “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. Il colpevole è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro. E’ previsto anche un aumento di pena se il reato è portato avanti da una persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla vittima oppure se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

Non solo fotografie intime

Lo zoom sulla scollatura di una ragazza in metro, il sedere di una donna in fila alla posta, le battute a sfondo sessuale su qualsiasi insignificante dettaglio della propria conformazione fisica sono la conferma che ai moralisti non piace sentirsi dire. “Non bisogna mandare a nessuno le proprie fotografie intime”:  è una regola di buonsenso che, spesso, ci troviamo a tramandare di bambina in bambina, di ragazza in ragazza. Anche se tutte noi, però,  applicassimo pedissequamente questo insegnamento, il problema non si risolverebbe. I gruppi Telegram, infatti, trasbordano di scatti rubati, simbolo di una volontà maschilista e patriarcale di possesso, non arginabile con il semplice “Non mandare in giro foto nuda”.

Come ci si può però proteggere dall’amico con cui si fa un selfie innocuo e questo lo manda su un gruppo Telegram di aspiranti stupratori? Come si può pensare di dover cambiare numero di telefono perché un ex fidanzato potrebbe condividerlo con migliaia di complici online e renderci la vita un inferno? Non si devono mettere più le proprie foto in spiaggia su Instagram? Perché altrimenti gli uomini, dominati dai loro istinti animali, poi, “per forza” le condividono?

Il problema è soprattutto culturale

Il problema, ancora una volta, è culturale e non è solo legato ai gruppi Telegram. Cos’è infatti la condivisione di una fotografia delle vacanze al mare della propria compagna di università in un gruppo di maschi famelici? Perché la si condivide? No, vi rendete conto da soli che la risposta “Perché è bona” non basta. Vi carica il sentire gli altri del gruppo sfogare le loro frustrazioni sessuali sulla povera malcapitata? Vi volete vendicare perché non è uscita con voi? Perché questa violenza esasperata vi illude di dominare ancora sul genere femminile? Perché non accettate l’emancipazione? Non c’è una sola motivazione.

E soprattutto, la domanda vera è ancora un’altra. Dobbiamo davvero accontentarci di insegnare alle nostre figlie, alle nostre amiche e alle nostre sorelle che non si mettono le proprie foto online, di nessun genere, perché altrimenti gli uomini le condividono? Dobbiamo davvero adattarci noi donne, perché gli uomini, altrimenti, per forza poi ti violentano? Online o offline, poco cambia.

Elisa Ghidini

 

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