Nonostante le pressioni della Corte Suprema, dell’ONU e dei movimenti per i diritti umani, il Congresso statale di Guanajuato ha deciso: l’aborto continuerà a essere considerato un crimine. Il 5 giugno, con 19 voti contrari e 17 favorevoli, la proposta di legge per la depenalizzazione dell’aborto è stata respinta. L’evento ha avuto un epilogo drammatico: l’onorevole Luz Itzel Mendo, del Partito Verde, ha cambiato posizione all’ultimo momento, allineandosi al conservatore Partito Azione Nazionale (PAN), e scatenando la rabbia dei colleghi di Morena che l’hanno accusata pubblicamente di “tradimento”.
Le pressioni della Corte Suprema e l’inerzia legislativa
La decisione del congresso guanajuatense sulla depenalizzazione dell’aborto va contro una sentenza storica della Corte Suprema messicana che, già nel 2021, aveva dichiarato incostituzionale la criminalizzazione dell’aborto. Con quella risoluzione, il massimo organo giudiziario del Paese ha imposto alle assemblee legislative di adeguare i propri codici penali, eliminando le sanzioni per le donne che decidono di interrompere la gravidanza. Eppure, a distanza di quattro anni, lo stato di Guanajuato continua a resistere.
Secondo Verónica Cruz, direttrice dell’ONG Las Libres, quella dello stato è una “depenalizzazione di fatto”: già alcune donne hanno potuto abortire negli ospedali pubblici senza conseguenze legali. Ma la realtà giuridica è ben diversa: tra il 2022 e il 2024, la procura dello Stato ha avviato 72 procedimenti penali per aborto, più delle indagini aperte per femminicidio nello stesso periodo.
Una frattura culturale e politica
La seduta parlamentare del 5 giugno è stata il teatro di uno scontro acceso, dentro e fuori l’aula. Le organizzazioni femministe hanno occupato le tribune con fazzoletti verdi, simbolo della lotta per l’aborto legale, mentre fuori dal palazzo i gruppi pro-vita intonavano preghiere e slogan contro “l’omicidio dei non nati”. A rendere il clima ancora più incandescente è stato il voltafaccia della deputata Mendo, che ha motivato il suo cambio di voto dicendo semplicemente di aver cambiato idea. Una frase che ha scatenato urla, insulti e accuse di opportunismo politico.
La tensione è esplosa perché il voto della scorsa settimana si era concluso in parità: 18 contro 18. La decisione di Mendo ha quindi rotto l’equilibrio, trasformando un potenziale passo avanti in un duro colpo per il movimento femminista locale. Anche le Nazioni Unite avevano invitato la Camera di Guanajuato a rispettare i diritti delle donne sanciti dalla Corte Suprema.
Una regione conservatrice e violenta
Guanajuato è uno degli stati più conservatori del Messico. È anche, paradossalmente, tra i più violenti. Con oltre tremila omicidi all’anno, gran parte dei quali legati al conflitto tra cartelli del narcotraffico, lo stato offre un quadro inquietante: qui le indagini per aborto superano quelle per femminicidio. È anche uno dei pochi stati ancora governati dal PAN, il partito che più ostinatamente si oppone alla depenalizzazione dell’aborto.
La situazione sociale è complessa: da un lato l’enorme presenza turistica, con località rinomate come San Miguel de Allende; dall’altro la pressione crescente delle organizzazioni criminali. E in mezzo, le donne: che si trovano spesso a scegliere tra la clandestinità e la repressione giudiziaria.
Nonostante la bocciatura della proposta in Congresso, il fronte giuridico non è chiuso. È già stato presentato un ricorso alla Corte Suprema che, sulla scia di quanto avvenuto in altri stati come Coahuila e Chihuahua, potrebbe obbligare Guanajuato a modificare le proprie leggi. È così che già 23 dei 32 stati federali hanno proceduto con la depenalizzazione dell’aborto: chi per via legislativa, chi per ordine giudiziario.
Il voto del 5 giugno non rappresenta dunque una fine, ma una battuta d’arresto. La mobilitazione femminista resta forte, e le vie legali continuano a essere percorse. Il Congresso ha archiviato il caso, ma i tribunali potrebbero riaprirlo presto.
Quando la legge ignora i diritti
La vicenda di Guanajuato è l’ennesima prova che la battaglia per i diritti sessuali e riproduttivi non è mai conquistata una volta per tutte. La distanza tra la giurisprudenza e la realtà locale è ancora abissale. Anche se la Corte Suprema ha tracciato una strada chiara, molti stati continuano a voltare le spalle ai diritti delle donne. Eppure, nonostante la repressione legislativa sulla depenalizzazione dell’aborto, la determinazione della società civile e dei movimenti femministi continua a crescere, pronta a sfidare il conservatorismo con l’arma della disobbedienza e della giustizia costituzionale.














