Mentre il conflitto tra le fazioni militari dilania il Paese da oltre un anno, una nuova minaccia ha aggravato ancor di più la già disperata situazione della popolazione civile: un’epidemia di colera che, solo nell’ultima settimana, secondo i dati ufficiali diffusi dalle autorità sanitarie sudanesi, ha causato la morte di almeno 172 persone e ha contagiato oltre 2.700. Le condizioni igienico-sanitarie sono ormai al collasso, e le speranze di contenere la diffusione del contagio appaiono sempre più esili.
L’epicentro dell’emergenza è la capitale Khartoum, dove si registra il 90% dei casi. In particolare modo nelle città di Karari, Omdurman e Ombada. L’epidemia si sta propagando rapidamente, con focolai che si estendono in diverse regioni del Paese già martoriate dalla guerra civile e dalla mancanza di servizi essenziali. Sono stati segnalati anche in Kordofan settentrionale, Sennar, Gazira, Nilo Bianco e Nilo. La velocità del contagio e la fragilità del sistema sanitario rendono la situazione particolarmente critica. Secondo quanto riportato dall’agenzia Europa Press, i dati sono stati diffusi ufficialmente tramite la pagina Facebook del Ministero della Salute, confermando una realtà che gli operatori umanitari sul campo denunciano da mesi.
Sebbene il Sudan, e in particolare Khartoum, abbia già affrontato epidemie di colera in passato, la situazione attuale è aggravata dal conflitto che ha compromesso gravemente le infrastrutture essenziali. Contribuendo al dilagare della malattia. A seguito di una serie di attacchi con droni, attribuiti alle Forze di Supporto Rapido (RSF), gruppo paramilitare impegnato in un brutale conflitto con l’esercito sudanese dall’aprile 2023, ha determinato il collasso dei servizi idrici ed elettrici.
Più fattori contribuiscono al diffondersi dell’epidemia, tra cui spicca sicuramente la difficoltà di accesso all’acqua potabile. L’attuale ondata assume proporzioni tragiche per via del contesto in cui si sviluppa: un Paese in guerra, senza accesso sufficiente ad acqua pulita, servizi igienico-sanitari e cure mediche.
Il Ministro della Salute sudanese Haitham Ibrahim afferma che il numero medio di casi di colera a Khartoum oscilla tra 600 e 700 infezioni a settimana. Parallelamente, il Ministero della Salute dello Stato di Khartoum segnala 800 casi in cura nelle strutture sanitarie dello Stato, senza fornire statistiche sui decessi. I volontari affermano che il numero di decessi per colera sta registrando un aumento significativo, a fronte della crescente diffusione della malattia. Sostengono di aver contato almeno 20 decessi al giorno negli ultimi tre giorni.
La situazione è tanto grave da spingere l’International Rescue Committee (IRC), guidato dal direttore Eatizaz Yousif, ha lanciare l’allarme:
“il Paese è sull’orlo di un disastro sanitario su vasta scala. Con l’avvicinarsi della stagione delle piogge, è urgente intervenire immediatamente e in modo coordinato“.
Guerra e malattia: una spirale senza fine
La guerra civile in Sudan, iniziata nel 2023, ha devastato le infrastrutture sanitarie e idriche, aggravando la diffusione del colera. Secondo il Sudan Tribune , i recenti attacchi dei droni a Khartoum hanno causato interruzioni di corrente nelle stazioni di depurazione dell’acqua, costringendo i residenti a rivolgersi a fonti non sicure come i pozzi o il fiume Nilo. L’ International Rescue Committee ha sottolineato che il conflitto, unito agli sfollamenti e alla mancanza di accesso all’acqua pulita, ha creato una crisi sanitaria senza precedenti.
L’organizzazione sta intensificando i suoi interventi a Khartoum, ma deve affrontare delle sfide dovute alla bassa copertura vaccinale e alla carenza di forniture essenziali. Il ministero, precedentemente, aveva segnalato 51.300 casi e 1.359 decessi al 18 gennaio 2025. Il che riflette la gravità della situazione.
Dall’aprile 2023, il Sudan è alle prese con il conflitto tra il generale Abdel Fatah al-Burhan, capo dell’esercito, e Mohamed Hamdan Daglo, leader delle Forze di supporto rapido (RSF). La lotta ha devastato le infrastrutture sanitarie e igienico-sanitarie. A seguito del conflitto, il colera – malattia da sempre presente nel Paese – ha registrato infezioni più frequenti, aggravando la crisi sanitaria.
Le prime avvisaglie risalgono ad agosto 2024, quando il Ministero della Salute ha confermato casi a Kassala, nell’est del Paese. Da allora, il numero di contagi è cresciuto in modo esponenziale. Complici anche le piogge stagionali, le inondazioni, il sovraffollamento nei campi per sfollati e le condizioni igienico-sanitarie disastrose.
Le campagne di vaccinazione, condotte con il supporto di OMS e altre agenzie, sono riuscite a raggiungere circa 7,4 milioni di persone in otto stati, ma il fabbisogno resta enorme. Le scorte di vaccini contro il colera sono scarse, e le zone più a rischio sono difficili da raggiungere. In alcune aree, come Omdurman, il personale sanitario lavora senza strumenti adeguati, spesso senza neppure elettricità.
Secondo dati aggiornati al 18 gennaio 2025, il Sudan ha registrato 51.300 casi di colera e 1.359 decessi totali. Ma, data la difficoltà nel raccogliere dati affidabili in molte regioni controllate da milizie o isolate dal conflitto, questi numeri potrebbero essere sottostimati.
Con oltre 13 milioni di sfollati e migliaia di morti, la mancanza di condizioni sanitarie di base rende il colera una minaccia letale per la popolazione. In questo contesto di profonda emergenza, le organizzazioni internazionali avvertono che la combinazione di conflitto armato ed epidemia sta conducendo il Sudan verso una catastrofe umanitaria senza precedenti. Le crisi umanitarie non possono essere ignorate o lasciate a sé stesse.
















