Guerra in Afghanistan: un’inchiesta del Washington Post svela i retroscena nascosti del conflitto

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Nel 2001 un giornalista chiese all’allora presidente Bush se la guerra in Afghanistan sarebbe stata un secondo Vietnam. Bush rispose con sicurezza: “Le persone mi chiedono spesso quanto durerà […] io rispondo: finché al-Qaeda non verrà sconfitta. Potrebbe succedere domani, tra un mese o potrà volerci un anno, ma vinceremo”. Quasi vent’anni dopo le dichiarazioni dell’ex presidente degli Stati Uniti sono state inequivocabilmente smentite da un’inchiesta del Washington Post.

Una raccolta di documenti confidenziali, ottenuti e pubblicati nei giorni scorsi dal Washington Post, ha svelato che negli ultimi 18 anni il governo americano ha deliberatamente rilasciato false dichiarazioni sulla guerra in Afghanistan. I documenti, ottenuti in seguito a una battaglia legale durata tre anni, comprendono più di 2000 pagine di note mai pubblicate su alcune interviste a figure direttamente coinvolte in Afghanistan (generali dell’esercito, diplomatici, volontari e ufficiali afghani).

Le interviste sono state rilasciate al SIGAR (Office of the Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction), un organo federale fondato dal Congresso nel 2008 con il fine di controllare l’andamento del conflitto armato. Nel 2014 viene assegnato al SIGAR il progetto “Lesson Learned”, un’investigazione che ha lo scopo di individuare le politiche fallimentari compiute durante la guerra in Afghanistan in modo tale che gli stessi errori non vengano ripetuti nei conflitti successivi. Lo staff del “Lesson Learned” intervista più di 600 persone direttamente coinvolte nella guerra in Afghanistan: la maggior parte degli intervistati sono di nazionalità americana, tuttavia vengono coinvolti anche alcuni alleati della NATO e una ventina di ufficiali afghani a cui vengono richieste informazioni di prima mano sulla ricostruzione e sui programmi di sviluppo attuati dal governo.

Nel 2016 il SIGAR pubblica 7 di queste “Lesson Learned”; in questo caso non si tratta di documenti vincolati dal segreto di stato ma il report, nella versione pubblica, omette circa il 90% delle persone intervistate, viene scritto con un linguaggio profondamente burocratico e omette le forti critiche espresse nei confronti del governo americano. Nell’agosto dello stesso anno, il Washington Post ha richiesto le registrazioni complete delle interviste appellandosi al Freedom of Information Act e davanti al rifiuto del SIGAR ha intrapreso una dura battaglia legale, vinta solo di recente.

In una di queste interviste Douglas Lute, un generale che ha prestato servizio come comandante in Afghanistan durante l’amministrazione Bush e quella Obama, ha confessato:

“Eravamo sprovvisti della più basilare conoscenza sull’Afghanistan, non sapevamo cosa stavamo facendo. Se solo gli americani fossero venuti a conoscenza di questo malfunzionamento…2400 vite perse. Chi ammetterà che è stato tutto vano?”

Dalle registrazioni emerge anche il fallimentare tentativo da parte del governo americano di ridimensionare la corruzione dilagante, costruire un esercito e un corpo di polizia competente in Afghanistan e ridurre la produzione e il commercio di oppio. Molti hanno inoltre descritto un sistematico sforzo governativo nell’ingannare volontariamente l’opinione pubblica americana; stando a quanto affermano gli intervistati infatti, nel quartier generale di Kabul e a Washington venivano regolarmente distorte le statistiche per far credere agli americani che gli Stati Uniti stavano vincendo la guerra in Afghanistan.

Dal 2001 ad oggi, in quelli che ormai appaiono come 18 anni passati a combattere inutilmente, sono stati trasferiti in Afghanistan più di 775000 soldati americani; di questi 2300 sono morti e 20589 sono rimasti feriti, stando ai dati raccolti dal Dipartimento della Difesa. Neta Crawford, professore di scienze politiche e co-direttore del Cost of War Project alla Brown University ha provveduto ha calcolare i costi effettivi della guerra in Afghanistan. In circa vent’anni il Dipartimento della Difesa, il Dipartimento di Stato e l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale hanno speso  tra i 943 e 978 miliardi di dollari per questa guerra. Va specificato che nella cifra calcolata da Crawford non sono inclusi i soldi spesi da altri organi, come la CIA o il Department of Veterans, spesi per l’assistenza medica riservata ai veterani.

Oltre ai “Lesson Learned” il Washington Post è anche entrato in possesso di centinaia di pagine di note sulla guerra in Afghanistan dell’ex segretario della difesa Donald H. Rumsfeld, scritte tra il 2001 e il 2006; grazie a questi documenti l’opinione pubblica americana può finalmente ricostruire una storia più attendibile di quanto è accaduto in Afghanistan.

L’inchiesta rivela infatti come inizialmente le motivazioni per invadere l’Afghanistan fossero estremamente chiare: distruggere al-Qaeda e sconfiggere i Talebani in modo tale da prevenire eventuali attacchi terroristici simili a quelli dell’11 settembre. Tuttavia, raggiunti questi obiettivi, la guerra in Afghanistan non si è conclusa e va disastrosamente avanti ancora oggi. Gli intervistati hanno infatti riportato che il governo degli Stati Uniti invece di ritirarsi dal paese ha al contrario cominciato a cambiare di volta in volta gli obiettivi da raggiungere, creando non poca confusione tra i soggetti coinvolti nel conflitto. Se infatti alcuni ufficiali combattevano per portare la democrazia in Afghanistan, altri volevano occidentalizzare il paese, mentre altri ancora avevano l’obiettivo di modificare lo status quo degli equilibri regionali in gioco; negli ultimi anni la situazione è diventata tanto nebulosa che i soldati hanno iniziato a distinguere con fatica gli alleati dai nemici.

Silvia Cossu

 

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