Guerra in Yemen. Tra frantumazione politica e crisi umanitaria

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Nella giornata di sabato i ribelli sciiti houthi hanno comunicato di aver condotto un attacco contro le forze filo-saudite lungo il confine nord del paese. L’attacco sarebbe andato a buon fine: essi hanno inoltre fatto sapere di aver distrutto decine di mezzi militari, confiscato molte munizioni e soprattutto preso prigionieri circa 2000 soldati nemici. La difficoltà di verificare molte delle notizie che giungono dalla guerra in Yemen ha fatto si che inizialmente questo sviluppo non venisse preso sul serio. Ma con il trascorrere delle ore e la divulgazione di immagini e video sembra ormai certo che vi sia stato l’attacco rivendicato dai ribelli houthi.

Guerra in Yemen – Il fronte interno

La guerra civile in Yemen è iniziata nel 2015, ma le ragioni del suo innesco provengono fin dal lontano 2004, dall’uccisione del leader Badreddin al-Houthi. Negli ultimi anni si è “cristallizzata” una guerra che vede ormai diversi attori in campo.

Nel nord-ovest del paese vi sono i ribelli sciiti houthi appoggiati dall’Iran e che controllano la capitale Sana’a. Dopo la cacciata del presidente Mansour Hadi all’inizio del 2015, le forze dell’esercito yemenita hanno fronteggiato l’insurrezione nel nord. Si è quindi costituita un’alleguerra in Yemenanza del “fronte sunnita” composta principalmente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti insieme ad altre monarchie del golfo. Il conflitto si è protratto con scontri episodici nelle aree poco popolate ma con combattimenti ben più duri nelle aree di maggior importanza come Sana’a, Aden e Hodeyda, fondamentale città portuale nell’ovest del paese. E ad acuire il conflitto ci sono le forti rivalità tribali e claniche che si sommano alle divergenze politiche e religiose.

A rendere ulteriormente complessa la situazione della guerra in Yemen c’è anche il risorgere del sentimento indipendentista nel sud. Nell’ultimo periodo ciò ha prodotto un colpo di stato con le forze separatiste che hanno preso possesso del palazzo presidenziale ad Aden, sede del governo di Hadi, riconosciuto ufficialmente dalla comunità internazionale (ma rifugiatosi da anni in Arabia Saudita). Questa mossa ha sancito una rottura a livello operativo tra i sauditi e gli emiratini (questi ultimi appoggiano proprio le forze del sud del paese). Questo perché il conflitto in Yemen si è ormai tramutato da conflagrazione interna in guerra regionale.

Il fronte regionale

La guerra in Yemen va quindi inquadrata nel più complessivo teatro del Medio Oriente. Essa si inserisce nel confronto regionale tra il “fronte sunnita” (guidato dall’Arabia Saudita) e l’Iran e i suoi alleati locali. La “regionalizzazione” della crisi ha spinto l’Iran ad appoggiare sempre più esplicitamente gli houthi e i sauditi a riversare sul vicino meridionale una forza di fuoco che al momento sembra non aver avuto successo. Nello scenario yemenita giocano un ruolo anche altri paesi come gli Emirati (che hanno annunciato di volersi svincolare dal conflitto), il Qatar e i paesi occidentali che sostengono in modo più o meno esplicito la coalizione a guida saudita.

Il conflitto non è solo l’ennesimo scontro regionale in cui si confrontano i due diversi rami maggioritari dell’Islam. Le affinità religiose contano fino ad un certo punto. Lo Yemen è in verità un paese geostrategico di notevole rilevanza. Molti attori in campo cercano di aggiudicarsi un “posto al sole” nel tentativo di rafforzare la propria presenza lungo il Bab el-Mandeb, un tratto di mare di fondamentale rilevanza strategica che collega lo Stretto di Suez all’oceano Indiano.

Tutto ciò si somma al timore saudita di ritrovarsi una sorta di “piccolo hezbollah” lungo il suo confine meridionale. Gli houthi hanno già dimostrato di poter colpire il territorio saudita.  Il recente attacco contro le raffinerie nell’est del paese, anche se difficilmente opera dei ribelli yemeniti (che pure lo hanno rivendicato), segnala a Riyad la necessità vitale di proteggere il suo fianco meridionale da una condizione di crescente instabilità.

La crisi umanitaria

Stando all’ultimo report di Human Rights Watch, il conflitto in Yemen ha già ucciso 6.872 civili (più altri 6-7mila tra i combattenti) e fatto oltre 10mila feriti. Più di tre milioni di donne sono a rischio di violenza. Gli aiuti alimentari ed economici faticano ad arrivare a causa dei rispettivi blocchi che le varie parti in lotta usano per cercare di affamare il nemico. La fame è diventata ulteriore strumento di guerra in quello che già prima del conflitto era uno dei paesi più poveri del mondo.

Le Nazioni Unite hanno parlato di 14 milioni di persone a rischio carestia (più della metà della popolazione del paese) e definito la situazione in Yemen come la “peggiore crisi umanitaria al mondo”. Povertà e inflazione non sono neanche più contemplate nei report statistici del paese. Milioni di cittadini sono a rischio di epidemie, principalmente colera, con gli aiuti umanitari che faticano a raggiungere le aree più colpite.

In questo scenario di assoluta distruzione e miseria si può soltanto sperare che le parti arrivino a più consistenti colloqui per il cessate il fuoco. Gli Emirati iniziano a sfilarsi dal conflitto, gli houthi dopo aver fatto duemila prigionieri ne hanno già rilasciati centinaia e anche gli Stati Uniti hanno avviato i primi contatti con gli houthi nel tentativo di definire una via d’uscita dal conflitto. Nella speranza che siano solo le prime avvisaglie nella strada verso la fine dell’ennesima guerra che insanguina il Medio Oriente.

                                                                Davide Di Legge

 

 

 

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