Guerra in Yemen, le ragioni di una catastrofe annunciata

Gli interessi dietro la guerra in Yemen

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Era il 26 marzo 2015 quando una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, uno dei Paesi più ricchi del mondo, ha cominciato a bombardare lo Yemen, il più povero degli Stati del Medio Oriente. Fu l’inizio di una guerra devastante che continua ancora oggi e che ha causato quella che le Nazioni Unite hanno definito “la più grande crisi umanitaria al mondo“.

Posizione cruciale

Situato all’estremità meridionale della penisola arabica, lo Yemen si trova in una zona strategica del Medio Oriente. Le sue coste si affacciano sullo stretto di Bab el-Mandeb, tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, che rappresenta il punto di collegamento tra il Mediterraneo e l’Asia. Da qui passano gran parte delle merci tra l’Europa e il continente asiatico e soprattutto il petrolio che dal Medio Oriente finisce in Europa e Nord America, circa 4,8 milioni di barili al giorno.

L’Arabia Saudita, principale potenza nella regione, sfrutta lo stretto per il passaggio di 600.000 barili al giorno dal Golfo Persico verso Europa e Nord America, 300.000 barili al giorno dalla sua città di Ras Tanura (situata nella parte orientale) verso il porto di Yanbu (ad ovest) e altri 120.000 barili da quest’ultimo verso l’Asia.

Lo Yemen è quindi una zona di estrema importanza per il commercio mondiale. Averne il controllo è fondamentale.

Contesto storico

Fino al 1990 il Paese era diviso in Yemen del Nord (nel tempo allineatosi con gli Stati Uniti) e Yemen del Sud (sotto l’influenza dell’URSS). Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ci fu l’unificazione di Nord e Sud sotto la crescente influenza degli Usa e dei loro alleati, prima tra tutti l’Arabia Saudita. Con il passare degli anni Riyad aumentò i propri investimenti in Yemen esercitando un controllo politico sempre maggiore e favorendo l’ingresso – soprattutto a Sud – della dottrina radicale dell’islam wahabita.

Parallelamente, nel Nord del Paese, prese forma un movimento di resistenza – gli Houthi, sciiti della variante dell’islam zaidita – che predicava l’indipendenza dalle potenze straniere e l’opposizione alla corruzione e all’oppressione del governo centrale spalleggiato da Arabia Saudita e Stati Uniti.

Ne nacque un conflitto armato che vide il suo apice verso la fine del 2014 quando gli Houthi presero il controllo della capitale Sana’a. A quel punto, il presidente Abd Rabbih Mansur Hadi – unico candidato alle “elezioni” del 2012 – si rifugiò a Riyad.

Pochi mesi dopo, nel marzo del 2015, una coalizione formata principalmente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, con il supporto di Stati Uniti e Gran Bretagna, ha cominciato una guerra che – finora – non è riuscita a piegare la resistenza degli Houthi.




Supporto alla coalizione

Gran Bretagna e Stati Uniti hanno accesso alla sala di comando e alla lista degli obiettivi (anche civili) dei bombardamenti, forniscono cooperazioni di intelligence, formazione militare e rifornimento in volo degli aerei della Saudi Royal Air Force (pratica quest’ultima poi interrotta), oltreché vendere le armi all’Arabia Saudita. Durante il mandato di Obama (che ha supportato l’intervento in Yemen) gli Usa hanno siglato con Riyad un’intesa da 110 miliardi di dollari e, nel 2017, Trump ha firmato un nuovo accordo per altri 350 miliardi (nei successivi 10 anni, di cui 110 miliardi subito).

Come ammesso dallo stesso Trump, il sostegno statunitense per l’Arabia Saudita è cruciale. Senza il supporto tecnico e le armi made in Usa, infatti, Riyad avrebbe ben poche speranze di poter condurre la guerra.

Annientare gli Houthi, politicamente schierati con l’Iran, è quindi anche un interesse statunitense. Così come lo è mantenere buoni rapporti con un Paese che garantisce accordi miliardari e che rappresenta un argine alle mire iraniane in Medio Oriente.

La coalizione, dall’inizio del confitto ad oggi, ha condotto in Yemen circa 20.000 bombardamenti. Come riporta Yemen Data Project, un terzo dei raid aerei ha colpito obiettivi militari e un terzo obiettivi civili (case, scuole, ospedali, ponti, infrastrutture agricole, fabbriche, magazzini alimentari, bus), mentre il resto delle bombe è stato sganciato su obiettivi non identificati.  Ciò ha portato ad un bilancio provvisorio di oltre 8.000 vittime e più di 9.000 feriti tra la popolazione civile.

Isolamento

Oltre agli attacchi aerei, l’Arabia Saudita – con il supporto statunitense – ha letteralmente isolato il Paese. Una serie di blocchi navali impedisce l’accesso di imbarcazioni commerciali nei porti, situazione peggiorata dopo che nel 2017 gli Houthi hanno lanciato un missile diretto a Riyad: la risposta saudita è stata un blocco totale di ogni accesso aereo, marittimo e terrestre in Yemen. Questo ha reso praticamente impossibile l’entrata di aiuti umanitari (alimenti e medicine) ed ha esasperato ulteriormente le condizioni già tragiche di uno Stato che, prima della guerra, importava il 90% del cibo consumato.

La combinazione di bombe e isolamento economico ha portato la popolazione allo stremo. Come riporta il World Food Program delle Nazioni Unite, 20 milioni di yemeniti (su un totale di 25) soffrono di insicurezza alimentare; di questi, 10 milioni sono ad un passo dalla fame. Dall’inizio del conflitto circa 100.000 bambini sono morti per malnutrizione, fame o malattie. Come già nel 2017 – dove i casi furono più di un milione – nei primi tre mesi del 2019 ha preso piede una nuova epidemia di colera, con 109.000 casi sospetti e 190 morti.

Rispetto al 2014 il PIL è calato del 39% mentre – secondo un report dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite – “il tessuto sociale ed economico si sta disintegrando“, con il 52% della popolazione che vive in povertà.

L’ennesima guerra per il controllo politico e la supremazia economica – in cui anche l’Italia fa la sua parte – che sfocia in una catastrofe umanitaria annunciata e di cui non si vede la fine.

Alessandro Rettori

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