Hermann Hesse e le sue poesie: diario di un’anima in lotta, ma nella fede

Le poesie di Hermann Hesse passano spesso in secondo piano rispetto ai suoi romanzi. A 143 anni dalla nascita del grande scrittore, è significativo rileggerle per cogliere in esse il nucleo del suo pensiero. La storia di un’anima che ha lottato sempre dolorosamente per comprendere il significato profondo della vita, ma senza perdere mai fede nella comprensione di un disegno più grande ed eterno.

Lo stesso Hermann Hesse distingueva le sue opere e i suoi articoli dalle poesie. In una lettera del 1932, indirizzata al dottor Jordan, scriveva:

Di fronte a queste manifestazioni legate al momento e piuttosto occasionali stanno altre mie opere, soprattutto le mie poesie, in cui è bensì lasciato gran posto alla tragica problematicità dell’essere umano, ma è anche espressa una fede… fede non in un senso della nostra vita e del nostro soffrire che si possa formulare dogmaticamente una volta per tutte, ma nella possibilità che ha ogni anima di afferrare per via di intuizione tale senso e di liberarsi e di elevarsi al suo servizio. 

Hesse considerava dunque le sue opere e i suoi articoli “manifestazioni legate al momento e piuttosto occasionali”. Nelle poesie, invece, vedeva qualcosa di diverso, qualcosa che trascendesse il tempo. In esse, lo scrittore affermava di affrontare la problematicità dell’essere umano. Tuttavia, esprimeva anche una fede, che non ha a che fare con alcun dogmatismo e con alcuna certezza. È una fede nella possibilità che ha ogni anima di poter comprendere, tramite l’intuizione, il senso della vita e della sofferenza. E, tramite questa comprensione, liberarsi ed elevarsi, ponendosi al suo servizio.

Sempre nella stessa lettera al dottor Jordan, Hesse affermava più avanti:

L’insieme della mia vita e della mia opera, a chi la guardasse dall’alto, si presenterebbe non come un’armonia, bensì come una continua lotta per un soffrire continuo ma non privo di fede.

È così che Hesse interpretava la sua vita e la sua opera: una continua lotta dolorosa, ma non priva di fede.

Le prime liriche sono caratterizzate da influssi del Romanticismo: appaiono verso la fine dell’Ottocento sotto il nome di Canti romantici.

I temi romantici non sono adottati solo dal punto di vista letterario. Al contrario, sono intimamente posseduti come espressione compiuta del proprio rapporto col mondo e con le cose.  Caratteristiche sono le immagini e i suoni della nostalgia di casa, la musica di Chopin, il dolore stanco e la malinconia. Sono i sogni di un cuore solitario e sensibile, che non riesce a trovare la sua strada nel mondo e si arrende ora alla lamentela, ora alla rinuncia.

Le poesie di Hesse esprimono talvolta l’emozione folgorante che si verifica quando un suono o un volto della realtà sembrano aderire perfettamente all’immagine soggettiva che ne ha il poeta. Ma tale sensazione esaltante viene subito scansata via dalla consapevolezza della rapida mutevolezza delle cose. Così suona il Lamento:

Non ci è dato essere. Noi siamo

soltanto un fiume, aderiamo ad ogni forma:

al giorno ed alla notte, al duomo e alla caverna,

passiamo oltre, l’ansia di essere incalza.

Un’immagine significativa è quella tracciata nel Bevitore.

Il personaggio del bevitore rappresenta il paradigma dell’outsider tormentato rispetto all’equilibrata società borghese; un uomo che ha vissuto l’ebbrezza dell’amore e del vino, ma anche la solitudine delle notti passate sui libri; l’uomo occidentale stanco di vivere ma anche incapace a morire, che alla fine si arrende, ma con dignità.




Un altro motivo ricorrente è quello del vino, metafora della vita, dell’ebbrezza ma anche della paura di esistere.

Così recita la strofa finale di Klingsor liba nel bosco autunnale:

Molto ho fatto e sofferto, viandante in una lunga strada,

ora siedo, la sera, e bevo e attendo ansioso

che la falce lampeggiante

separi la testa dal tremito del mio cuore.

Una vibrazione drammatica viene associata al vino, nella cui pesantezza si assapora con abbandono il consumarsi della vita.

Tuttavia, resta la certezza che nessuno muore definitivamente, ma torna sempre a ricongiungersi col Tutto.

Un’immagine fondamentale in questo senso è quella della Grande Madre (Urmutter) presente anche in Narciso e Boccadoro e ne Il lupo della steppa.

(…) tutto muore, tutto muore volentieri.

Resta solo l’eterna Madre

dalla quale noi venimmo,

nell’aria labile le sue dita

giocano a scrivere il nostro nome.

Questo ricongiungimento col Tutto, rappresenta l’atto finale di un conflitto eterno e doloroso, dove nascita e morte si ripetono in infinite forme, ma sempre nello stesso mistero:

Ho già vissuto tutte le morti,

tutte le morti voglio ancora morire,

morire nell’albero la morte lignea,

nella montagna la morte di pietra,

nella sabbia la morte di terra,

morte vegetale nell’erba crepitante dell’estate,

e la misera, sanguinosa morte degli uomini.

Morire tutte le morti vuol dire abbandonarsi al flusso continuo del divenire, in cui all’annullamento dell’individuo corrisponde il perpetrarsi sopraindividuale dell’eternità.

Come leggiamo nel Siddharta:

Il mondo, caro Govinda, non è imperfetto, o impegnato in una lunga via verso la perfezione: no, è perfetto in ogni istante, ogni peccato porta già in sé la grazia, tutti i bambini portano già in sé la vecchiaia, tutti i lattanti la morte, tutti i morenti la vita eterna. (…) La meditazione profonda consente la possibilità di abolire il tempo, di vedere in contemporaneità tutto ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà, e allora tutto è bene, tutto è perfetto, tutto è Brahma.

Tuttavia, accanto alla serena consapevolezza dell’eternità, resta un sapore dolce-amaro. Come prosegue la poesia:

Spesse volte e tante volte ancora

mi risospingerai da morte a nascita

orbita angosciosa delle forme,

orbita radiosa delle forme.

Nelle poesie di Hermann Hesse troviamo una continua lotta tra l’accettazione e il rifiuto di questo enigma di fondo della vita. Una vita che si esaurisce, ma che in realtà ci trapassa e continua a perpetrarsi oltre noi.

L’uomo non può conoscere pace, proprio perché, come afferma Hesse ne Il lupo della steppa:

L’uomo non è una forma fissa e permanente, ma è invece un tentativo, una transizione, un ponte stretto e pericoloso fra la natura e lo spirito. Verso lo spirito, verso Dio lo spinge il suo intimo destino; a ritroso verso la Natura, verso la Madre lo trae la sua intima nostalgia; tra l’una e l’altra di queste forze oscilla la sua vita angosciante e tremante.

Questo scontro tra natura e spirito, e il dolore che ne consegue, sono certezze immutabili per l’uomo. La sua dignità sta nel saper soffrire, e riuscire ad elevarsi al di sopra della sofferenza per arrivare alla superiore comprensione del bene e del male. Resta però un senso di nostalgia per ciò che non siamo stati:

Potessimo, una volta, farci pietra, durare!

Questa è la nostra eterna nostalgia, 

ma un brivido perdura a raggelarci

e non c’è pace sulla nostra via.

È nella poesia che tutto ritrova un senso. Attraverso la parola e la lingua, si può arrivare a una forma di coscienza e di conoscenza:

Ciò che ci viene incontro inestricabile

nella poesia si fa chiaro e semplice:

il fiore ride, piove dalla nuvola

il mondo ha un senso, ciò ch’è muto parla.

Come afferma Mario Specchio nel suo commento alle Poesie di Hermann Hesse per Guanda Editore:

È questa fede in un ‘senso del mondo’, questa certezza mille volte acquisita ed altrettante volte smarrita che fa di Hesse un poeta nel senso che oggi non siamo più soliti dare al termine, nel senso cioè di chi rischiara con le parole il mondo, di chi, con le parole, si impegna a comprendere e, forse, ad alleviare la pena dell’esistere.

Hesse non perde la fede nel fatto che ogni uomo possa sollevarsi sopra al mondo e alla sua miseria per comprendere la vita e anche la morte.

Anche se non si giunge mai ad una comprensione completa, proprio in questa incessante agonia si trova la grandezza dell’uomo, della sua presenza nel mondo. Anche il rimpianto, la nostalgia per ciò che non fummo fanno parte del gioco dell’esistenza.

Giace il mondo in frantumi,

lo amammo molto un tempo

adesso anche il morire 

non ci fa più spavento.

Proprio nel momento in cui ci stiamo staccando dal mondo, al termine della vita, vediamo l’esistenza in tutto il suo splendore. Dopo la nostra morte, la voce di quelli che verranno, la cui vita perpetua anche la nostra:

E quando saremo dimenticati e lontani

continueranno i merli a cantare 

sugli alberi, il vento a fischiare

e in basso il fiume agli scogli schiumare.

(…) Parlano, vantano che tutto è bello,

passano barche in sventolio di drappi

e sorride l’eterno presente.

In questa immagine finale di eterno presente si può racchiudere la storia di un’anima che ha cercato di comprendere l’esistenza nella sua complessità misteriosa e impenetrabile. Ciò che resta è la fede nella superiore bellezza, sebbene dolorosa, che ci riserba la vita.

Giulia Tommasi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *