Homo Homini Lupus: il male in letteratura

Homo, homini Lupus. L’uomo è lupo per l’uomo. Così scrisse (a quanto pare per primo), Plauto. Dopo di lui Bacone, Erasmo, e tanti altri.

Il concetto che si nasconde dietro a queste tre parole è molto semplice da capire: in assenza di una legge, ognuno di noi si farebbe guidare dal proprio istinto e dai propri bisogni, e sarebbe disposto a qualunque cosa pur di raggiungere i propri desideri. In questa ottica, gli altri possono essere visti come degli ostacoli nella lotta al dominio su ogni cosa.

La pensa così anche Schopenhauer, che vede il mondo come un inferno, e ogni uomo come diavolo dell’altro (Il mondo come volontà e rappresentazione). Per il filosofo, in generale l’uomo si comporta per natura in maniera malvagia; a dimostrarlo, per esempio, la condizione degli schiavi coinvolti nel commercio dello zucchero e del caffè, e prima ancora le condizioni di lavoro nelle fabbriche, dove lavoravano bambini sfruttati fino al midollo. E’ è per questo che è necessario che esista uno stato.

Similarmente la pensa Hobbes, che vede negli esseri umani degli esseri fondamentalmente egoisti, guidati da istinto di sopravvivenza e sopraffazione. Anche i legami tra di loro sarebbero dovuti soltanto a dinamiche di paura o convenienza, vedendo così impossibile unioni dettate da sentimenti genuini e amore.




Ma non solo i filosofi si sono occupati di questa questione: anche gli scrittori si sono interrogati sulla natura dell’uomo, e su come questa si relazioni alla società: pensiamo per esempio a Golding, oppure Orwell.

Nel Signore delle mosche, un aereo pieno di bambini si schianta su un’isola. Allo smarrimento iniziale dovuto alla situazione segue la consapevolezza della necessità di unione. Di conseguenza, ben presto viene a crearsi di una piccola società, inizialmente estremamente democratica. Tutti hanno gli stessi diritti, tutti si aiutano, c’è armonia.

Poi, improvvisamente, si scopre che c’è una presenza misteriosa nel bosco. Un potenziale pericolo.

Di fronte a questo, l’atteggiamento dei bambini cambia radicalmente, e cominciano a crearsi antagonismi sempre più forti, fino ad arrivare ad una spietata lotta volta alla sopravvivenza e ancora di più alla supremazia, al potere. Quindi, persino allo stato “embrionale”, secondo Golding, l’uomo sarebbe cattivo.

E’ un buon esempio da menzionare anche La fattoria degli animali di Orwell, che è stata vista come una trasposizione dell’ascesa del comunismo in Russia. In questo caso, i protagonisti del libro sono animali antropomorfizzati, che istituiscono una società dopo essersi ribellati alle strutture di quella precedente. Anche stavolta gli intenti iniziali sono i migliori, ma si concretizzano negativamente, con una lotta di potere all’ultimo sangue.

Diversamente la pensava Rousseau, con il ben famoso mito del buon selvaggio. Si può dire che, tra ‘800 e ‘900, abbia ricevuto delle risposte al napalm, inquietanti e orribilmente verosimili. Perché, per citare Golding,  “gli uomini producono il male come le api producono il miele”. Niente di diverso dal vecchio ” Homo homini lupus “.

Sofia Dora Chilleri

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