I Meme sono l’eredità culturale che stiamo lasciando al futuro

I meme, nel mondo di internet, sono una vera e propria rivoluzione culturale. Navigando in rete, tra social e google, è impossibile non incontrarli.




Il mondo di Internet è un ecosistema. Ormai al suo interno vi troviamo qualsiasi cosa dalla più semplice delle ricette alla diagnosi di un male che ci tormenta da giorni – mai farlo, ne potreste diventare dipendenti. Consultate un medico piuttosto!

Di certo un mondo che per molti è sia un rifugio sia il proprio luogo di lavoro, ma è innegabile che questo mezzo ci salva in molte situazioni, soprattutto in quella odierna.

In questo grande cosmo, c’è un fenomeno che ormai esiste da quasi trent’anni e che si è insinuato progressivamente nelle nostre vite: i meme.

Ma quando nascono esattamente?

Si comincia a parlare di meme di internet intorno al 1993, quando Mike Godwin propone il termine all’interno di un articolo di Wired.

Infatti tre anni più tardi si diffonde quello che sarà considerato il primo meme della storia: il Baby cha cha. Si tratta di un breve videoclip in cui un neonato è intento a fare delle mosse che sembrano proprio il ballo del cha cha.

Dal “baby” in poi i meme hanno avuto un exploit continuo fino ad arrivare a quelli che vediamo oggi.

Infatti con l’avanzare di internet e la diffusione dei social network – ormai nostri compagni di vita – i meme sono diventati parte integrante della nostra quotidianità.

Così viene spontaneo chiedersi, ma perché sono nati e cosa sono realmente?

Se facciamo riferimento alla definizione data dall’Oxford Dictionary: un meme è l’insieme di immagini, Gif, brevi video copiati e diffusi velocemente su internet. Dunque per meme si intende un contenuto di natura umoristica che rielabora scene di film, serie o programmi tv, opere artistiche diventate cult e che in breve tempo diventano virali.

Il termine deriva dal greco mimema  “ciò che è imitato” e dapprima il concetto veniva utilizzato in biologia genetica per indicare una mutazione improvvisa. Ma già a partire dalla seconda metà degli anni Settanta indicava il modo attraverso il quale si diffondono idee, gusti culturali, informazioni. Negli anni Duemila arriva la vera e propria consacrazione del termine che vede il meme legarsi al concetto di appropriazione e creazione volontaria di un’idea o di un prodotto culturale.

Capito il concetto, c’è da chiedersi perché tutto questo successo?

I meme piacciono perché chi li crea ha la possibilità di sfruttare a pieno tutta la propria immaginazione partendo da un’idea già esistente. È un po’ il solito principio del copiare, ma di rielaborare in meglio quello che già da tempo è presente. La definizione più consona è del 2009 e appartiene a Lessing che per chiarire il fenomeno l’ha chiamato: Cultura del Remix. Questo tipo di cultura si basa sulla possibilità di ricreazione di un’idea, di una suggestione, di alcuni topoi dell’immaginario comune al fine di far divertire chi lo vede.

In realtà, da un punto di vista romantico, c’è anche un’ altra concezione che è quella di navigare l’animo umano, perché attraverso il meme è possibile esprimere in modo conciso un sentimento, uno stato d’animo o un pensiero.

Detto ciò dal momento che il meme si appropria di un’idea già esistente, la nozione di diritto d’autore e di autorialità viene meno. Infatti se ci si riflette: chi conosce l’autore di un meme? Inoltre il concetto di autorialità diventa ancora più difficile da scovare,  perché qualsiasi cosa può essere trasformata in un meme: da un breve filmato, a una mossa di danza o una semplice espressione facciale di una persona nota. A ciò si aggiunge che la loro forza comunicativa è arrivata fino alla aziende che si sono appropriate della nozione e su cui basano parte delle loro campagne pubblicitarie. Quindi il meme da puro passatempo è diventato qualcosa di più.

Quante tipologie ci sono e quali sono i più diffusi?

I meme più comuni sono due: le image macro e i dank meme.

Le image macro sono principalmente formate da immagini provenienti da film, serie tv, quadri, programmi televisivi e rielaborati con un testo che può essere una citazione decontestualizzata, una battuta o un gioco di parole.

I dank meme, dall’inglese “freddura”, sono considerati i meme 2.0. Questi contengono paradossi e nonsense spesso incomprensibili fuori dalla bolla da cui hanno origine.

Dunque un meme di successo deve avere determinate caratteristiche: viralità, umorismo, immediatezza e un significato intrinseco che non è detto che tutti capiscano.

Sono tantissimi quelli che usiamo quotidianamente. I più famosi e ricordati sono i Lol Cat dove i gatti con le loro espressività fanno da protagonisti. Poi c’è Y U N O che è la rielaborazione di un famoso manga giapponese e attraverso il quale si cerca di esprimere il senso di frustrazione che si prova quando qualcuno esordisce con la domanda “perché no” proponendo cose improbabili.

Impossibile non citare il volto di Willy Wonka della Fabbrica di Cioccolato, simbolo della disapprovazione social. E anche il Confused Travolta per indicare un senso di confusione.

Un meme  indimenticabile è quello di Chuck Norris che fa cose, anche se ormai ha perso la sua forza dirompente. Il meme esaltava in maniera paradossale alcune caratteristiche del personaggio come: la forza fisica, la mascolinità, il non essere contraddetto. Ad oggi l’evoluzione dei meme è arrivata ai cosiddetti meta meme che sarebbero dei meme consapevoli di loro stessi e quindi che trasmettono dei messaggi ancora più incompresibili per chi li vede. Uno tra i più famosi è il Dancing Funeral che addirittura è diventato un filtro di Instagram dove l’utente diviene il protagonista.

Dunque ad oggi i meme hanno cambiato la nostra concezione di fare umorismo sui social e su internet e se ci si pensa: a quanti è capitato di ricevere un meme durante una conversazione su WhatsApp?

Laura D’Arpa

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