I numeri del 2022: la situazione carceraria si fa più preoccupante

by Alice Migliavacca | 24 Gennaio 2023 4:30 pm

Una (triste) panoramica della situazione carceraria

Il 2022 è stato un anno complicato per quanto riguarda la situazione carceraria nel nostro Paese. Può sembrare una frase di circostanza, dal momento che quando si tratta di carceri vengono alla luce sempre un certo numero di problemi. Ma il 2022 è degno di particolare attenzione, in particolare per tre ragioni. In primo luogo, i dati rispetto al sovraffollamento nelle strutture registrano un aumento rispetto allo scorso anno. Quello appena passato è stato poi l’anno dei processi per torture e violenze contro membri dell’istituzione carceraria. In ultima analisi, si è registrato un nuovo record negativo per quanto riguarda i suicidi.

Sovraffollamento: un problema che ritorna

Il fatto che i penitenziari soffrano di sovraffollamento è cosa nota. Già nel 2013, poco prima dell’insediamento del governo Renzi, la Corte suprema dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per la sua situazione carceraria. La Corte imponeva infatti la messa in atto di manovre per risolvere il «malfunzionamento cronico del sistema penitenziario» entro il 24 maggio 2014. Alcune misure sono state effettivamente varate. Ad esempio l’aumento del limite di pena che consente l’applicazione della custodia cautelare, passata da 4 a 5 anni. Sono stati modificati articoli del diritto penale, come l’articolo 656 del Codice di Procedura Penale. Questi provvedimenti hanno “alleggerito” la situazione: il surplus di popolazione carceraria (di +42,8%) è sceso a +27,8%.

Sovraffollamento: i numeri attuali della situazione carceraria

Attualmente, le persone detenute in strutture penitenziarie ammontano a 54.841, contro i 51.000 posti disponibili, con un tasso di affollamento del 107,7%. Per la stima dei posti non vanno considerati quelli disponibili “sulla carta”, dal momento che si presenterebbe un numero falsato rispetto alla realtà dei fatti. Molte delle sistemazioni, infatti, non sono disponibili a causa di lavori di ristrutturazione delle carceri e altri impedimenti. Stando alle stime dell’associazione Antigone, nel report presentato a metà dello scorso anno, il tasso di affollamento reale era del 112%. Trattandosi di una media, è bene presentare anche i dati più preoccupanti. Nelle carceri di Latina (LT) e San Vittore (MI), infatti, la percentuale arriva al 190%.

Sovraffollamento: cause ed effetti

Le cause della sovrappopolazione sono molteplici. Molti detenuti sono sotto custodia cautelare (art. 285 del Codice penale): la condanna di colpevolezza non è ancora stata emessa, ma si teme che il condannato fugga, possa reiterare il reato o addirittura inquinare le prove. Si stima infatti che il 31,1% sia detenuto nonostante la presunzione di innocenza: uno status in cui il detenuto non ha ancora una condanna definitiva, ma per uno dei motivi sopra citati si applica la custodia cautelare. Per dicembre 2022, inoltre, è stato previsto il rientro di 400/500 detenuti dagli arresti domiciliari, per la fine delle misure di emergenza anti-Covid. Rispetto al 2021, quindi, si contano 2000 detenuti in più.

La situazione carceraria sembra destinata ad aggravarsi, visto anche che le strutture attualmente disponibili non sempre rispettano le misure igieniche basilari. Per affrontare l’aumento della popolazione carceraria, spesso si aggiungono posti letto in celle che non consentirebbero, viste le dimensioni, l’aggiunta di un altro detenuto. Questo porta ad un restringimento del (già) poco spazio personale, considerando che non tutte le celle rispettano il minimo di 3m2 calpestabili.

Ci sarebbe poi da considerare l’effetto dell’aumento delle temperature. Il sovraffollamento unito al caldo torrido della scorsa estate rappresenta un ulteriore motivo di disagio.

Processi in corso: l’introduzione del reato di tortura

Il secondo punto riguarda i processi attualmente in corso per tortura e violenza ai danni dei detenuti. La possibilità di perseguire penalmente i poliziotti, e in generale il personale delle carceri – quindi l’introduzione del reato di tortura – risale al 2017.

Formalmente, una legge che sanziona questi tipi di reati esiste già e risale al 3 novembre 1988:

La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

PROMULGA

la seguente legge:

Art. 1

  1. Il Presidente della Repubblica e’ autorizzato a ratificare la

convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli,

disumani o degradanti, firmata a New York il 10 dicembre 1984.

Il riferimento è qui alla Convenzione ONU del 1984, ratificata dall’Italia tramite questa legge. La legge 110/2017 introduce nel Codice penale i reati di tortura e di istigazione alla tortura.

Dall’introduzione della legge, i tribunali si sono trovati sommersi da casi afferenti a questi reati, anche antecedenti al 2017. La prima condanna risale allo stesso anno, nei confronti di un agente penitenziario della casa circondariale di Ferrara.

Processi in corso: Maria Capua Vetere

Il caso forse più celebre e che coinvolge il maggior numero di personale interno al carcere è quello afferente al carcere in provincia di Caserta. Il processo a carico degli imputati è iniziato il 7 novembre 2022, a partire dalle vessazioni che i detenuti hanno subito il 6 aprile 2020. Causa della protesta fu la positività di un addetto alla distribuzione della spesa (siamo nel pieno della prima ondata di Covid). La “risposta” alle proteste (avvenute anche in altre carceri sempre per motivi di salute) viene spacciata come perquisizione, ma definita poi “orribile mattanza”. Dopo la diffusione dei video registrati dalle telecamere di sorveglianza, è risultata evidente la violenza e l’intenzione di far del male ai detenuti.

Si tratta di un processo complicato, per cui si è tornati in aula il 28 dicembre per la valutazione di una possibile “eccezione di costituzionalità”. Secondo il difensore di alcuni imputati, Giuseppe Stellato, si sarebbe infatti violato il diritto di difesa. La questione non è stata però risolta, per cui si tornerà in udienza il 1° febbraio, quando si scoprirà il destino dei 105 imputati tra cui poliziotti, medici e funzionari del DAP. I reati a loro imputati sono: omicidio colposo in seguito a tortura (di Lamine Hakami), lesioni pluriaggravate, abuso di autorità, falso in atto pubblico, perquisizioni personali arbitrarie, calunnia, frode processuale, depistaggio e favoreggiamento personale.

Processi in corso: Ivrea

Un altro processo in corso, meno conosciuto di quello di Maria Capua Vetere, riguarda le vessazioni e violenze nel carcere di Ivrea. In questo caso non c’è stato un “evento scatenante” come nel penitenziario di Caserta, ma si tratta di violenze in atto già dal 2015. Le denunce, all’epoca, sono passate in sordina, ma alcuni detenuti usciti da quel carcere riportano uno scenario agghiacciante. Erano coinvolti tutti i lavoratori della struttura: medici, poliziotti, funzionari, direttori pro-tempore e, per la prima volta, anche educatori. Oltre a ciò, i detenuti denunciano l’esistenza di due stanze create apposta per le torture, dove venivano rinchiusi, malmenati e abbandonati per ore, sofferenti.

La casa circondariale era stata oggetto di un processo già nel 2015, ma senza la possibilità di appellarsi al reato di tortura. Attualmente, le indagini si stanno concentrando sugli avvenimenti tra il 2019 e il 2020, collegati a quelli degli anni precedenti. Gli indagati sono 45, accusati di tortura, violenza fisica e psicologica, falso in atto pubblico (per presunte falsificazioni di relazioni mediche) e altri reati collegati. Il processo è ancora nella sua fase preliminare.

Il numero di agenti indagati, a livello nazionale, per uso smodato della violenza, è arrivato così a 200.

Suicidi: i numeri del 2022

A chiudere questa panoramica sulla situazione carceraria dell’anno appena concluso, è necessario gettare luce sulla problematica dei suicidi. Nel 2022 si è superato il numero registrato nel 2009, già paurosamente alto, di 72 vittime di suicidio. Sono quindi 84 i casi totali. Questo numero può essere letto in vari modi: 1 suicidio ogni 5 giorni, 1 ogni 670 detenuti o, come proporzione, per cui in carcere ci si suicida 20 volte più frequentemente che nel “mondo libero”.

La caratteristica che può stupire, è il fatto che molti dei detenuti (le donne sono “solo” 5 su 84) avevano qualche anno, se qualche mese, da scontare. Non si ha quindi a che fare con persone condannate a 30 di reclusione o addirittura all’ergastolo.

Questa precisazione può essere utile per comprendere le motivazioni reali che spingono queste persone a compiere il gesto estremo, spesso appena prima di tornare liberi.

Il problema, quindi, non è tanto il tempo che resta da scontare in carcere, ma in che modo si passa il tempo in carcere. Si deve quindi considerare che molte carceri non arrivano al livello standard di igiene, di spazi vitali e personali. Senza contare il clima violento che si viene a creare, il rapporto ostile con la polizia penitenziaria, che può portare (non sempre) nelle aule di tribunale

Con questo non si vogliono ignorare altre istanze, come condizioni non facili in cui si trova la polizia stessa, i medici e gli operatori penitenziari. Ma ciò non oscura un problema comune alle carceri e quindi al sistema penale tutto. Forse il modo in cui le case circondariali sono impostate non favorisce un reale reinserimento nella società.

Tenere sempre a mente che il sistema penale non è stato pensato per emarginare definitivamente una persona dall’ambiente sociale, ma, al contrario, per dare una seconda possibilità.

Alice Migliavacca

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