I proverbi fiamminghi di Pieter Bruegel

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Pieter Bruegel il Vecchio (1525/1530-1569) è un noto pittore fiammingo che ha rappresentato in pieno lo stilema grottesco-didascalico della pittura di genere.

Mentore di un sentire popolare che suffraga una poetica comune, ove le meschinità e le piccolezze umane sono analizzate e iconizzate.

Il credo protestante mette al bando tutte le difformità dei vizi capitali e delle viltà quotidiane, avvalorando una legittimità “puritana” sociale.

L’artista presenta un’iconografia della mediocrità umana, sublimando il suo limite  nell’intenzione di educare lo spettatore. L’approccio diretto figurativo costituisce il mezzo attraverso il quale veicolare con prosaicità un’imago del “buon reggimento della società”.

La sua opera “Proverbi fiamminghi” (1559) è una rappresentazione di genere della panoplia delle bassezze umane, sullo schema degli Adagia Collectanea di Erasmo da Rotterdam.

Uno scenario dove ogni elemento è contemplato nella sua peculiarità, come è usuale nella pittura fiamminga, dove ogni oggetto, elemento, espressione sono curati con dovizia.

Il quadro propone circa 80 scene in cui sono raffigurati i detti fiamminghi popolari più noti e che forniscono un lucido schema della mentalità in vigore all’epoca.




L’attivismo verso la ricerca di stile di vita probo, dove l’ipocrisia viene messa all’indice come elemento pernicioso alla collettività.

 Portare con una mano il fuoco e con l’altra l’acqua

 

Mordere la colonna

 

In questi proverbi si sottolinea come l’ambiguità sia dannosa e come la religione debba essere praticata con linearità e purezza d’animo.

La correttezza in senso di equilibrio nella propria esistenza come monito è raffigurato nel suo esempio opposto dai piedi di un uomo che possiede una scarpa si e una no.

La semplicità ispirata ai vezzi e ai luoghi comuni quotidiani come nel caso della metafora: “mettersi il coperchio in testa” per indicare l’assunzione delle proprie responsabilità.

Le aringhe non friggono qui

 

Cuocere le aringhe per mangiarsi le uova

 

Nel primo proverbio si enuclea la delusione per il mancato esito anelato, mentre nel secondo la beffa di avere lavorato a vuoto, per ottenere una misera consolazione.

Le rappresentazioni sono immediate e portano subito all’associazione d’idee desiderata dall’autore. Come nel caso dell’immagine della scrofa che morde il tappo di una botte a voler significare come le conseguenze disastrose giungano a causa dell’ignavia, dell’accidia, dell’inesperienza.

Questo quadro di genere è un’esemplificazione del tracciato umano, senza tempo, a cui si dovrebbe attingere ancora.

La scrofa tira il tappo

 

 

Costanza Marana

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