Il caso di Ibtissame Lachgar non è soltanto una vicenda giudiziaria: rappresenta uno specchio delle tensioni tra libertà individuali, religione e controllo patriarcale sul corpo e sulla parola delle donne. La sua foto con la scritta “Allah è lesbica” non è stata percepita soltanto come un atto di provocazione, ma come una sfida radicale a un sistema che ancora limita le possibilità di espressione femminile e condanna chi tenta di infrangere i tabù religiosi e culturali. La reazione violenta – dalle minacce online al suo arresto – rivela come in Marocco, e non solo, il discorso femminista venga spesso represso non per ciò che afferma, ma per il semplice fatto di esistere e di rifiutare il silenzio.
Un processo che divide
Il procedimento giudiziario contro Ibtissame Lachgar, psicologa e attivista femminista di 50 anni, ha acceso il dibattito in Marocco. La donna è stata arrestata dopo la pubblicazione online di una fotografia che la ritraeva con una maglietta recante la scritta “Allah è lesbica”. L’immagine, accompagnata da un commento in cui l’Islam veniva definito “fascista, fallocratico e misogino”, ha sollevato reazioni contrastanti: da un lato una vasta indignazione pubblica, dall’altro il sostegno di chi difende la libertà di espressione e i diritti delle minoranze.
Il processo, aperto mercoledì scorso, è stato rinviato al 27 agosto su richiesta della difesa, che ha domandato più tempo per preparare gli argomenti e chiesto anche la scarcerazione provvisoria dell’imputata.
Secondo l’avvocata Naima Elguellaf, la sua assistita necessita di tempo e di cure. Amici vicini a Ibtissame Lachgar l’hanno descritta come una sopravvissuta al cancro, con una salute fragile che richiederebbe attenzioni particolari. Nonostante queste circostanze, il tribunale non si è ancora espresso sulla possibilità di rilasciarla in attesa di giudizio. Intanto la donna resta in custodia, dopo che la Brigata Nazionale di Polizia Giudiziaria l’ha condotta davanti al procuratore di Rabat.
Il codice penale marocchino stabilisce pene severe per chiunque “offenda la religione islamica”. Le sanzioni vanno da sei mesi a due anni di carcere, oltre a multe salate che possono arrivare a 200.000 dirham. Se l’atto è commesso in pubblico o tramite canali elettronici, la pena può salire fino a cinque anni. È proprio questa aggravante che rischia di colpire Lachgar, dato che la foto e i commenti sono stati diffusi attraverso i social network.
Le reazioni politiche
L’ex ministro della Giustizia El Mostapha Ramid, già esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (PJD), ha condannato duramente l’iniziativa dell’attivista, definendola “un’offesa intenzionale alla divinità” e “un atto premeditato”. Pur dichiarandosi contrario a forme eccessive di censura, ha insistito che nessuna tolleranza può essere concessa quando si attaccano simboli religiosi fondamentali. A suo giudizio, non si tratterebbe di un semplice punto di vista personale, ma di una provocazione calcolata che richiede una risposta penale.
Ibtissame Lachgar non è nuova alle polemiche. Nel 2009 ha fondato il Movimento Alternativo per le Libertà Individuali (MALI), noto per aver organizzato un picnic durante il Ramadan in sfida a una legge che vieta di rompere il digiuno in pubblico senza giustificazione religiosa. Da allora il movimento ha portato avanti campagne contro la violenza di genere, gli abusi sui minori e a favore dei diritti riproduttivi. In passato, l’attivista era già stata arrestata per aver disturbato l’ordine pubblico nel 2016 e coinvolta in proteste pro-aborto nel 2018, anche se in quei casi non era stata formalmente perseguita.
Tra minacce, intimidazioni online, critiche e sostegno
Dopo il post incriminato, Ibtissame Lachgar ha raccontato di aver ricevuto migliaia di messaggi di odio, comprese minacce di morte, stupri e linciaggi. La bufera social ha contribuito ad alimentare la pressione sull’opinione pubblica e sulla magistratura, spingendo molti a chiedere un suo arresto immediato. Per i suoi sostenitori, queste reazioni dimostrano il clima di repressione e intolleranza che ancora caratterizza il dibattito sui diritti individuali in Marocco.
Non tutti, però, condividono le sue strategie. La giornalista marocchina Nora Fouari ha osservato che la provocazione, per essere efficace, deve essere “intelligente e contestualizzata”, non semplicemente spettacolare o provocatoria fine a se stessa. Secondo Fouari, le battaglie del MALI, condotte spesso con gesti plateali, hanno prodotto pochi risultati concreti e non hanno conquistato né lo Stato né la società, lasciando il movimento isolato.
Altri commentatori, invece, ritengono che senza provocazioni radicali il tema delle libertà individuali resterebbe invisibile. Difendono il diritto di Ibtissame Lachgar a esprimersi anche con modalità scioccanti, sostenendo che i diritti delle persone LGBTQ+ e delle donne non avanzano nel silenzio, ma attraverso gesti di rottura. Secondo questi sostenitori, il Marocco si sta muovendo verso maggiori aperture, ma proprio grazie al coraggio di chi osa sfidare i tabù.
Una figura “iperprogressista”
Kacem El Ghazzali, editorialista marocchino-svizzero, ha definito Ibtissame Lachgar una visionaria che anticipa idee di un futuro possibile. Ha anche sottolineato come le sue posizioni la rendano isolata persino tra i potenziali alleati occidentali: femministe che non ne condividono le critiche di genere, conservatori contrari alla sua difesa dell’aborto, e laici marocchini che simpatizzano ma non osano sostenerla pubblicamente. Persino in Europa, ha osservato El Ghazzali, le sue opinioni sono considerate “iperprogressive”.
Il caso di Ibtissame Lachgar mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra libertà di espressione e tutela della religione in Marocco. Da un lato, c’è chi invoca il diritto a criticare e a mettere in discussione i dogmi; dall’altro, chi chiede che i valori sacri vengano protetti con fermezza. Il rinvio del processo lascia il Paese in attesa, diviso tra chi vede in questa donna un simbolo di emancipazione e chi la considera una provocatrice che ha oltrepassato i limiti del rispetto.
Un corpo come campo di battaglia
Nella scelta di Ibtissame Lachgar c’è una lettura profondamente femminista: il corpo femminile non deve essere ridotto a oggetto di controllo da parte dello Stato o della religione. Indossare una maglietta con una scritta provocatoria significa trasformare il proprio corpo in terreno di lotta politica, ribadendo che la donna non è un’entità passiva da regolare, ma un soggetto attivo che osa disturbare l’ordine costituito. La condanna che rischia di subire non riguarda solo una frase o un gesto, ma la volontà di sottrarsi al disciplinamento collettivo che da secoli impone alle donne la sottomissione e il silenzio.
Le istituzioni religiose e giuridiche si intrecciano in un sistema dominante eteronormativo e conservatore nel rafforzare un sistema patriarcale. Non è un caso che una donna che rivendica diritti sessuali e libertà riproduttive venga perseguitata con maggiore accanimento rispetto ad altri dissidenti. Definire l’Islam “fallocratico e misogino” è un atto che spezza il linguaggio tradizionale e mette a nudo il legame tra religione e controllo maschile. Le reazioni aggressive e le accuse di blasfemia confermano che la difesa della religione, in questo contesto, non è solo spirituale ma soprattutto politica: serve a proteggere gerarchie di potere che vedono nella donna indipendente e ribelle una minaccia diretta.
















