Il berretto a sonagli: l’ordinaria follia del vivere civile

Il berretto a sonagli, opera di Luigi Pirandello del 1923, è un dramma in due atti semplicissimo e crudele. Perché? Perché nella sua trama, che suscita il riso conformemente allo stilema dell’umorismo pirandelliano, si nasconde in piena vista la violenza del vivere in società.

A prima vista, il dramma in due atti di Luigi Pirandello Il berretto a sonagli (1923) può apparire una banale vicenda di gelosia. Quella di donna Beatrice Fiorica, moglie del Cavalier Fiorica, notabile locale, che, esasperata dalle infedeltà del marito, vorrebbe ottenere il divorzio e soddisfazione per l’oltraggio. Già, ma come fare? La strada della separazione è certo impervia per una nobildonna siciliana dei primi Novecento. Grazie al consiglio di un’intrigante concittadina, la Saracena, donna Beatrice trova l’idea giusta: far cogliere sul fatto l’adultero con l’amante dalle autorità di polizia locali. Acclarato il fatto, neppure la reputazione e la ricchezza del marito potrebbero proteggerlo dal dover rendere conto delle sue azioni. Così, nonostante i tentativi della serva Fana di dissuaderla dal suscitare uno scandalo, Beatrice fa convocare il delegato Spanò per sporgere denuncia. E quest’ultimo, malvolentieri, deve rassegnarsi a darle seguito.

Il piano sembra ben congegnato, eppure gli si oppone un ostacolo non di poco conto. Cioè Ciampa, marito di Nina, la donna con cui il Cavaliere tradisce la moglie, e scrivano di assoluta fiducia al banco del Cavaliere stesso. Ciampa è l’enigma e la chiave di volta dell’intero dramma, perché Beatrice, credendolo docile e ottuso strumento delle proprie macchinazioni, troverà in lui la rovina. Come?




L’antropologia di un umile scrivano: il vivere civile è tenere accordato lo “strumento”

Anziano, brutto, umile: fin da quando appare in un battibecco tra Fana e la Saracena, Ciampa risulta il prototipo perfetto del marito cornuto e vile. Un uomo che, sottomesso al padrone e accecato dall’amore per la moglie, volta le spalle a ciò che gli accade in casa. Uno che se ne sta da parte e tace. Tale, quantomeno, lo crede Beatrice. Che, nel convocarlo per spedirlo fuori città per una commissione insignificante allo scopo di cogliere in flagrante gli adulteri, si prende il gusto di sbeffeggiarlo. Provocato con accenni, via via meno velati, a una possibile infedeltà di Nina, Ciampa rimane cordiale, ma non manca di mettere in guardia Beatrice. Invitandola ad accordare attentamente dentro di sé quello strumento armonico che regola il vivere civile, per non dover subire poi gravi conseguenze:

Ciampa: Vuol che gliela spieghi io, la cosa com’è? Lo strumento è scordato.

Beatrice: Lo strumento? Che strumento?

Ciampa: La corda civile, signora. Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa. […] La seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. – Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. – Non si può. […] Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria. Per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni […]. Che se poi non mi riesce, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio! […] Lei, signora, in questo momento, mi perdoni, deve aver girato ben bene in sé – per gli affari suoi – (non voglio sapere) – o la corda seria o la corda pazza. Che le fanno dentro un brontolio di cento calabroni! Intanto, vorrebbe parlare con me con la corda civile. Che ne segue? Ne segue che le parole che le escono di bocca sono sì della corda civile, ma vengono fuori stonate. Mi spiego? […] Badi che, chi non giri a tempo la corda seria, può avvenire che gli tocchi poi di girare, o di far girare agli altri la pazza.

Il berretto a sonagli, I, 4.

Un teatrino di marionette

Il fatto è, spiega ancora Ciampa a Beatrice, che le corde dello strumento assolvono in ultimo una funzione molto specifica. Quella, cioè, di non permettere agli individui di calpestare l’un l’altro i propri “pupi”. Ossia le immagini di sé e i ruoli sociali che essi si costruiscono ed esigono siano trattati con rispetto.

Pupi noi siamo! Lo spirito divino entra in noi e si fa pupo. Pupo io, pupo lei, pupi tutti. Dovrebbe bastare, santo Dio, esser nati pupi così per volontà divina. Nossignori! Ognuno poi si fa pupo per conto suo. Quel pupo che può essere o che si crede d’essere. E allora cominciano le liti! Perché ogni pupo, signora mia, vuole portato il suo rispetto. Non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentar fuori. A quattr’occhi, non è contento nessuno della sua parte. Ognuno, ponendosi davanti il proprio pupo, gli tirerebbe magari uno sputo in faccia. Ma dagli altri, no; dagli altri lo vuole rispettato. […] Questa è la vita! Conservare il rispetto della gente, signora! Tenere alto il proprio pupo – quale si sia – per modo che tutti gli facciano sempre tanto di cappello!

Il berretto a sonagli, I, 4.

Beatrice, dice Ciampa, può senz’altro spedire il pupo dell’umile scrivano dove meglio le aggrada. Ma dovrebbe, suggerisce l’uomo quasi con una preghiera, riflettere sulle possibili conseguenze.

«Che ti figuri d’aver guadagnato con codesta follia che hai commessa?»

Agli ammonimenti di Ciampa, Beatrice Fiorica non presta ascolto: la denuncia, nonostante il tentativo di Spanò di ostacolarla, conduce all’arresto del Cavaliere e di Nina. Spanò, allora, cerca di far passare l’arresto del Cavaliere come resistenza ai pubblici ufficiali piombati nel banco, ma inutilmente. In città, infatti, scoppia uno scandalo che sarà la rovina di Beatrice. La donna, indotta a credere all’innocenza del marito da Spanò e dal fratello Fifì, sarebbe ormai pronta a lasciarsi ogni cosa alle spalle. Non dello stesso avviso, tuttavia, è Ciampa, che si presenta da lei chiedendo:

Lei deve provarmi che uno, uno solo, signora, in tutto il paese potesse sospettare di me quello che lei ha creduto! che uno, uno solo potesse venire a dirmi in faccia: – «Ciampa, tu sei becco, e lo sai!»

Il berretto a sonagli, II, 5

Perché questa, ammette Ciampa, è la verità: una verità nascosta per amore della moglie, per pudore, per rispetto del padrone, per anni. Una verità che, pubblicamente svelata, rende al vecchio scrivano impossibile continuare a vivere con addosso il peso dell’onta. A un uomo disonorato, spiega Ciampa, per recuperare l’onore non resta che il delitto. Impugnare l’accetta, un giorno o l’altro, sfuggendo al controllo di tutti, e assassinare la moglie adultera e il proprio principale. Dunque sembra proprio che l’esito della gelosia di Beatrice non possa che essere la tragedia per lo scrivano e i due amanti. Ma proprio a questo punto la vicenda subisce una torsione sorprendente.

«È pazza! È pazza!… Se la portano al manicomio, è pazza! »

Cercando di convincere Ciampa a non compiere uno sproposito, i personaggi in scena affermano che la denuncia sia stata una pazzia. Proprio questo termine, “pazzia”, suggerisce a Ciampa la soluzione perfetta. Per breve tempo, Beatrice Fiorica dovrà fingersi pazza, indossando il berretto a sonagli della follia per annullare l’effetto dello scandalo. Di conseguenza, così lo scrivano si rivolge alla moglie del Cavaliere:

Per il suo bene! Lo sappiamo tutti qua, che lei è pazza. E ora deve saperlo anche tutto il paese. Non ci vuole niente, sa, signora mia, non s’allarmi! Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel’insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza!

Beatrice (furente, convulsa): Ah, dunque voi lo sapete che io ho ragione, e che avevo ragione di far questo?

Ciampa: Via, vada, signora! vada! si prenda questo piacere, di fare per tre mesi la pazza per davvero! Le par cosa da nulla? Fare il pazzo! Potessi farlo io, come piacerebbe a me! Sferrare, signora, qua […] per davvero tutta la corda pazza. Cacciarmi fino agli orecchi il berretto a sonagli della pazzia e scendere in piazza a sputare in faccia alla gente la verità.

Il berretto a sonagli, II, 5.

Il berretto a sonagli: la straordinaria modernità di un’opera spietata

Nella versione originale il dramma si chiude con una risata: la risata di trionfo, di selvaggio piacere e di disperazione di Ciampa. Che a Beatrice Fiorica, poco prima che la portassero al manicomio, aveva gridato in faccia: si «persuada, signora, che solamente da pazza lei poteva pigliarsi il piacere di gridarmi in faccia: “Bèèè!”». Perché il punto, lo si capisce bene mentre cala il sipario, non è mai stato il fatto. Il punto era il silenzio; il lasciare la propria dignità – pur essendo questa un fantoccio, un “pupo” – a chi sentiva di non avere altro. E forse anche, per una donna, non cercare di farla in barba a un uomo. Non in un mondo pensato per essere solidale con gli uomini e non con le donne.

Così, dopo aver riso per i sotterfugi e le ipocrisie, agli spettatori de Il berretto a sonagli resta sulle labbra un sorriso dal sapore amarissimo. Una sensazione che agli appassionati di musica dei primi anni duemila potrebbe rievocare un famoso pezzo dei The Ark. Il titolo? It takes a fool to remain sane. Pirandello, convinto com’era che per restare sani di mente nella società civile occorra più di un pizzico di follia, l’avrebbe apprezzato  si può starne certi.

Valeria Meazza

 

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