Il capolavoro sconosciuto ovvero Van Gogh di Pialat

Fonte: wondersinthedark.files.wordpress.com
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Sempre di un evento romano della Festa del Cinema si parlerà oggi. La retrospettiva di Pialat ha fatto onore all’evento che ha perlopiù concentrato le proiezioni al MAXXI o alla Casa del Cinema a Villa Borghese. Il capolavoro Van Gogh del 1991 è una delle perle del regista francese. Si è stavolta lontani dall’attualità: sulla scia della discussa Palma d’Oro del 1987 Sotto il sole di Satana, Pialat sceglie un’altra epoca ed entra nell’ultimo Ottocento.

Il pittore Vincent Van Gogh entra nella sua orbita: lui penetra nella vita dell’artista al momento dell’arrivo presso i Gachet ad Auvers-sur Oise vicino Parigi e narra il rapporto col fratello Theo, l’amore di Marguerite figlia del medico Paul che l’ospita per una sorta di mecenatismo in piccolo.

Il film è soltanto per i profani definibile come “in costume”: Pialat mette in moto la sua macchina da lavoro iperrealistica costruendo l’azione a macro-blocchi temporal-spaziali, facendo risaltare i rapporti e i confronti tra i personaggi.

Pochi movimenti, secchezza dell’azione senza toni freddi. Il suo non è distacco quanto calma che si trasfigura in affetto nelle scene più intime e soprattutto nelle finali. Non mostra il misterioso suicidio, non scende nel pettegolezzo: ne esibisce le conseguenze con un rispetto che si trasforma in tenerezza senza ombra di sentimentalismo.




Nelle scuole di cinema o di teatro bisognerebbe mostrare i film di Pialat per insegnare la direzione attoriale. Ciò è stato detto già riguardo al film Police e per questo film non si può far altro che ribadire il concetto. Ricordiamo inoltre che il protagonista, sia cantante che attore, Jacques Dutronc, vinse il César come miglior attore.

Questo penultimo film dell’autore, così attaccato al vivo delle situazioni e degli affetti, rende più forte l’impressione dell’instabilità di Van Gogh con un taglio lineare, limpido, terrestre per tutto il film. L’ironia è che per rendere il quotidiano del pittore il regista si sia rifatto cromaticamente all’opera degli impressionisti (Renoir soprattutto) e di Lautrec. Pialat non è mai stato allucinato nei toni e lo si nota nella fotografia splendida di Gilles Henry e Emmanuel Machuel.

All’infuori del biopic c’è un atto di rispetto e di tenerezza in immagini. Al genio non si pone genere.

Antonio Canzoniere

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