Il caso “Humanity 1”: ennesimo scontro sulla pelle dei migranti

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Da ormai dieci giorni una ONG tedesca sosta al largo di Siracusa in attesa di un porto per lo sbarco.

La “Humanity 1” è una nave di proprietà di “SOS Humanity”, organizzazione tedesca non governativa nata nel gennaio 2022 dal distaccamento da “SOS Mediterannee”. Il 23 ottobre, dopo un’operazione di salvataggio di 179 migranti nel Mediterraneo centrale, sono iniziate le richieste a 17 porti (tra Malta e Italia) per l’ottenimento del permesso di sbarco, ma nessuno ha dato risposta affermativa.

La situazione sulla nave si sta complicando giorno dopo giorno, considerando innanzitutto la presenza di 104 minori non accompagnati (oltre la metà, quindi, dei passeggeri totali). Un ulteriore motivo d’urgenza sta nelle condizioni igienico-sanitarie in continuo peggioramento. A bordo si starebbe infatti diffondendo un’influenza (non riconducibile a Covid-19), da aggiungersi alle condizioni in cui alcuni degli ospiti della nave già si trovano. Molti migranti riportano segni di violenza fisica, subita molto probabilmente prima e durante la partenza dalle coste libiche, tra cui ferite e colpi di arma da fuoco.

Il braccio di ferro tra Scholz e la Farnesina

In una condizione di tale urgenza però, per il governo tedesco e quello italiano sembra impossibile trovare un accordo. In una nota il cancelliere Scholz sollecita la rapida entrata in azione delle forze marittime italiane per provvedere al soccorso dei passeggeri della ONG. Dal canto suo il Ministero dell’Interno italiano, in linea con la posizione della Farnesina, tentenna: nella nota in risposta a Scholz si richiede infatti un preventivo accertamento della situazione su “Humanity 1”

La Farnesina, d’intesa con il Ministero dell’Interno, informa di aver inviato per iscritto, con nota ufficiale, all’Ambasciata della Repubblica Federale tedesca la richiesta di avere un quadro compiuto della situazione a bordo della “Humanity 1” in vista dell’assunzione di eventuali decisioni. […]

Le posizioni dei due Paesi sono tanto nette quanto contrastanti (ma non in contraddizione con le direttive europee).

Scholz sostiene che sia responsabilità italiana la presa a carico dei migranti salvati dalla ONG, viste le condizioni sanitarie preoccupanti. Secondo l’ambasciata tedesca, infatti, è necessario un intervento immediato per prestare soccorso alle persone a bordo.

L’Italia dal canto suo fa prevalere il principio secondo cui l’obbligo di aprire i porti per lo sbarco spetta al Paese per cui la nave batte bandiera. Sulla stessa linea si è schierato ieri il neo-ministro degli Esteri Antonio Tajani: prima di procedere allo sbarco è necessaria l’identificazione dei passeggeri. La ONG ribatte affermando che la priorità èil salvataggio di chi rischia la vita in mare, l’identificazione è invece appannaggio degli Stati.

 Le indicazioni europee in merito

Insomma, vi è una contrapposizione netta tra due approcci alla questione: chi sostiene la “legge del mare” e chi vuole seguire alla lettera le direttive europee. La Germania secondo cui soccorrere i migranti è il primo obbiettivo, mentre l’Italia chiede di portare pazienza. Due posizioni che non sembrano – o forse non vogliono – trovare un compromesso, ma che rientrano all’interno dei “diritti” dei singoli Stati.

Convenzioni internazionali da una parte sostengono l’obbligo di intervento in mare. Si ricordi in primo luogo la Convenzione Unclos, in particolare l’articolo 98 dal titolo “Obbligo di prestare soccorso”, firmata nel 1973 a Montego Bay. Un secondo esempio è la sentenza Hirsi (23 febbraio 2012) che condannava l’Italia per il respingimento di migranti libici: si trattò di un’aperta violazione (anche) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Per quanto riguarda le indicazioni specifiche date dall’Europa, la questione si complica. Nonostante gli obiettivi dell’UE, presentati tramite reportage e comunicazioni della Commissione Europea rispetto la questione migratoria, non sembra essere possibile sbloccare la situazione. Si pensi alle direttive espresse nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (Capo 2, art. 78 e 79), che dovrebbero dare risposte nette in materia di asilo. Nelle ultime ore ha preso parola Anita Hipper, portavoce della Commissione, riaffermando che:

Salvare vite in mare è un dovere morale e un obbligo legale di diritto internazionale degli Stati membri indipendentemente dalle circostanze

Il problema, però, è che la Commissione non è coinvolta in questo caso specifico, quindi si limita a ribadire accordi sanciti da Bruxelles.

Chi subisce la lentezza del processo decisionale?

Anche se leggi esistono e alcune sentenze di condanna sono state emesse, le tragedie nel Mediterraneo non si arrestano. Tra rimbalzi di responsabilità e battibecchi tra capi di governo, le certezze che si traggono da questa ennesima storia di viaggi illegali attraverso il Mediterraneo sono almeno due.

In primis, la necessità di leggi europee che siano tali. Per evitare situazioni come quella corrente non bastano direttive ufficiali – la cui applicazione viene lasciata agli Stati singoli –, bensì leggi più decise, definite e quindi vincolanti. Non è accettabile lasciare così ampio spazio al dibattito e allo scontro tra Stati, i quali sono parte – si ricordi – di un organismo che ha tra i propri principi l’accoglienza e la solidarietà.

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Indicare in modo netto chi deve occuparsi della prima accoglienza dei profughi non è solo un obbligo giuridico ma un gesto di rispetto e umanità. Umanità che non può essere rallentata da comunicati e note verbali tra governi.

La questione non è la concessione immediata della cittadinanza a chiunque intraprenda il viaggio attraverso il Mediterraneo. È invece ammettere che tutti gli scontri burocratici in merito hanno come campo di battaglia la pelle di persone che hanno lasciato tutto in nome di una speranza.

Abbandonare polemiche sterili e rendersi conto, tanto umanamente quanto giuridicamente, della necessità di rimetter mano ai doveri degli Stati.

 

Alice Migliavacca

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