Il caso Lia Thomas, una contraddizione tra teoria e pratica

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Il caso Lia Thomas e le critiche

Negli ultimi dodici mesi il caso Lia Thomas, nuotatrice transgender, ha suscitato molte critiche e alimentato il dibattito pubblico sulle persone trans nello sport. Tra chi punta il dito e chi difende Thomas, è necessario ricordare come la sua carriera nell’ultimo anno sia in costante ascesa. Lo scorso giovedì Thomas ha conquistato la maggiore onorificenza nel nuoto statunitense universitario con una vittoria nelle 500 yard stile libero femminili ad Atlanta. Il giorno prima Thomas aveva fatto registrare il miglior tempo di qualificazione per la finale nelle batterie delle 500 yard, tre secondi più veloce delle due seconde classificate ai Giochi di Tokyo, Erica Sullivan ed Emma Weyant.

Dopo il successo sono arrivate le critiche da molti esperti del settore come, ad esempio, la funzionaria della federazione nuoto Usa Cynthia Millen che si è dichiarata contraria alla partecipazione di Thomas definendo l’identità di genere assai differente dalla potenzialità del corpo umano. Un altro commento è arrivato dalla testata Swimming World Magazine che non ha risparmiato critiche ben più pesanti all’atleta definendo la sua presenza un insulto alle donne biologiche nello sport.




Tra teoria e pratica emerge una sostanziale differenza

L’esercizio dei diritti di una persona è di sacrosanta necessità nel mondo in cui oggi viviamo. Lia Thomas e tutte le persone transgender dovrebbero godere di quel diritto inalienabile che coincide con i bisogni primari di ogni essere umano: il diritto di scelta. Il corpo, filosoficamente parlando, non è che un involucro di ciò che realmente siamo. Senza tirare in ballo slogan, lotte per i pari diritti e quant’altro, è d’obbligo fare questo appunto sulla teoria dell’uguaglianza. Garantire l’opportunità di partecipazione, nello specifico, ad eventi sportivi per le persone con un corpo da uomo ma un’anima da donna (o il contrario) è fondamentale per la crescita culturale della società. Eppure, non possiamo biasimare chi esprime malcontento sul modus operandi in merito alla partecipazione di questi individui. Nello sport la teoria dei diritti di genere viene a scontrarsi con la pratica degli stessi.

Praticità dello sport

Esiste qualcosa di più pratico dello sport? Le discipline sportive elevano il concetto di corpo all’ennesima potenza in nome della praticità. Le differenze tra atleti aitanti e atleti normali sono significative. Il genere, purtroppo o per fortuna, esacerba questa differenza fisica che, ad oggi, non può essere colmata. È evidente la diversità strutturale tra uomini e donne, e la loro classificazione/divisione in categorie è conseguenza naturale. Pertanto, è un caso che Lia Thomas, 554º classificato nelle competizioni di nuoto libero maschile, ora batta record e conquisti medaglie nella categoria femminile?

Inoltre, la partecipazione di Lia Thomas assomiglia tanto ad un capriccio, uno dei tanti espedienti usati per brandire l’arma di un’identità ostinata a trascendere ogni realtà tangibile ed oggettiva. La lotta per i diritti di genere, purtroppo, sfocia spesso nella cieca presunzione di un ego convinto di poter accedere a tutto. Il corpo di Thomas è un corpo da uomo, un uomo che prevarica ogni diritto di competizione delle altre atlete. E questi non sono assunti teorici, ma realtà dei fatti (vedasi la carriera di Thomas). Lo sport, in un senso o nell’altro, ha le sue identità e non per mero discorso ideologico e propagandistico ma per necessità di differenziazione fisica.

Una nuova categoria che colmi il divario tra teoria e pratica per tutti gli/le atleti/e come Lia Thomas

Ed una categoria che possa inglobare tutti gli atleti transgender? Assomiglia ad una provocazione o ad una ghettizzazione di queste persone, ma in fondo cancellerebbe ogni critica e darebbe garanzie di livellamento atletico. Se queste persone non possono rientrare nella categoria uomini per insistenze concettuali o nella categoria donne per differenze strutturali, fornire loro un nuovo modo di presenziare alle gare renderebbe la questione di genere nello sport meno problematica e invero più interessante. Altrimenti, come nel caso di Lia Thomas, il corpo da uomo usato a mo’ di doping legale continuerebbe a sollevare polemiche in qualsiasi disciplina. Ecco, quindi, una soluzione che potrebbe colmare il divario tra teoria e pratica.

 

Lorenzo Tassi

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