Il Coronavirus scatena rivolte nelle carceri di tutto il mondo

Dall'Italia all'America Latina, dall'Iran agli Stati Uniti, si registrano violente rivolte nelle carceri

Photo by Milad B. Fakurian
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Dopo le rivolte nelle carceri italiane, le proteste si sono diffuse in tutto il globo.

Il sovraffollamento e le condizioni igieniche precarie rendono le prigioni luoghi ideali per la diffusione del contagio. L’ Italia, per prima, in seguito al lockdown dell’8 marzo, ha assistito a rivolte nelle carceri  di ben 27 istituti: da Milano a Roma, da Bologna a Palermo e poi Napoli, Rieti, Verona, Alessandria. Fino alla tragedia del carcere di Modena, in cui, a seguito di scontri violenti, sei detenuti sono morti per overdose da farmaci, stando alle autorità. La procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo.

A Napoli le rivolte non si sono fermate e anzi, secondo il Mattino, sarebbero risorte in seguito ai primi casi di coronavirus.

In America Latina le rivolte nelle carceri hanno coinvolto più Paesi

In Venezuela, le proteste, seguite alla decisione di cancellare le visite, hanno condotto all’evasione di ottantaquattro detenuti, di cui dieci sono morti. Seguono Perù e Argentina, dove i detenuti hanno appiccato il fuoco e sono saliti sul tetto, per rivendicare il diritto di proteggersi dal virus.

Per ultima la Colombia, in cui si riscontra il bilancio peggiore: per sedare le rivolte ventitré detenuti sono stati uccisi e ottantatré feriti nell’istituto penitenziario di La Modelo. Protestavano per le condizioni non igieniche, il sovraffollamento e la scarsità d’acqua potabile.

Il Governo lo ha descritto come un giorno di lutto, ma nega la presenza di una crisi sanitaria

Così ha riportato rete televisiva Al Jazeera.




Il Comitato per la prevenzione della tortura delle Nazioni Unite ha ammonito i governi dell’America Latina sulla necessità di ridurre la popolazione delle carceri. Ha chiesto, dunque, il rilascio dei detenuti senza processo.

In Thailandia, il 29 marzo, nella Buriram Provincial Prison, cento prigionieri hanno appiccato il fuoco nell’area mensa e nella zona visite, dopo che il virus aveva iniziato a diffondersi nella struttura.

Negli Stati uniti, invece, le rivolte nelle carceri sono esplose nel mese di Aprile

In Kansas cinquanta detenuti, dopo che dodici erano risultati positivi ai test, hanno sfondato le finestre e appiccato incendi.

Nella Washington State Prison Facility i carcerati hanno inscenato una protesta simbolica. A dozzine si sono stesi a terra indossando mascherine.

In Oregon due giorni senza sapone sono bastati a scatenare rivolte al Colombia River Correctional Facility.

Da ultimo l’Iran, dove Amnesty denuncia l’uccisione di trentasei prigionieri ad opera delle forse di sicurezza nel tentativo di reprimere le proteste.

Migliaia di prigionieri si sarebbero sollevati in almeno otto prigioni, in tutto il Paese. Le proteste sono sorte dopo che le autorità hanno rifiutato di rilasciare gli individui non pericolosi, come avevano dichiarato in precedenza.

Il coronavirus, dunque, non ha fatto che portare a galla problemi che, dopo la pandemia, dovranno necessariamente essere affrontati.

Come le orribili condizioni in cui vigono le prigioni di tutto il mondo, con i pregiudicati, che in casi d’emergenza, si ritrovano ad essere i più colpiti, perché innanzitutto vittime di un sistema che, considerandoli invisibili, li abbandona a loro stessi.

 

Giulia Di Carlo

2 Comments
  1. Vittoria says

    Bravissima

    1. Ultima Voce says

      Grazie Vittoria, ci fa piacere tu abbia apprezzato. Un abbraccio, nella speranza di poterti leggere ancora.

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