Il Delta avvelenato

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Il fiume Niger, con la sua inusuale forma a boomerang, ha rappresentato per secoli uno dei più grandi misteri dell’Africa agli occhi dell’uomo bianco.

Il grande fiume, il secondo del continente, nasce nella Sierra Leone e si apre il passo verso Nord-Est nel vuoto del Sahara. Ma poco dopo aver passato Timboctou, dà una brusca virata di 90 gradi, e prosegue il suo viaggio verso Sud-Est attraversando la Nigeria per buttarsi nel golfo di Guinea.

Il fiume ha sempre avuto una importanza fondamentale per le popolazioni del West Africa e del Sahara che dalle sue acque dipendono, mentre molti vivono del suo Delta sconfinato e ricchissimo di pesce.




Negli anni ‘50 viene fatta una scoperta che cambia la Nigeria per sempre: petrolio. Il Delta del Niger è infatti ricchissimo di oro nero, tra l’altro di elevata qualità, il che riduce enormemente i costi di raffinazione. Come è il caso di molti paesi in via di sviluppo, queste risorse si sono dimostrate più una maledizione che una ricchezza.

Tantissimo è stato guadagnato, ma solo da pochi. Gli altri hanno avuto gli scarti, sia del guadagno che del petrolio. Il possesso e lo sfruttamento dei giacimenti nigeriani ha causato una infinita spirale di violenza.

L’ineguale ripartizione dei ricavi, molti dei quali venivano (e vengono) portati via dalle regioni che li originano, ha causato forti risentimenti. Questo fu uno dei principali motivi che causò negli anni ‘60 la terribile Guerra del Biafra, la guerra civile nigeriana, che causò 2 milioni di morti.

Dopo la guerra i pozzi tornarono sotto controllo del governo, e la corruzione divenne il principale business del paese.

Nei primi anni ‘90, le tensioni sfociarono in aperta guerriglia. Vari gruppi armati del Delta hanno cominciato azioni di sabotaggio contro le multinazionali del petrolio e contro il governo federale, accusati di portare via ricchezza per lasciare inquinamento.

C’è da chiedersi quanti di questi combattenti siano dei legittimi ‘patrioti’, e quanti semplicemente dei banditi che badano al loro tornaconto. Il sistema di lotta più diffuso è  completamente autodistruttivo, in quanto consiste nel far saltare gli oleodotti.

Questo ha causato negli anni miliardi di dollari di perdite al governo e alle multinazionali, ma ha creato danni ambientali incommensurabili in quello che era uno dei delta più naturalmente ricchi del pianeta.

Altri sistemi sono gli attacchi alle stazioni petrolifere e soprattutto i rapimenti. Il 2016 ha visto un impennarsi degli attacchi, il che ha gravemente danneggiato il paese già colpito dalla crisi globale dei prezzi del petrolio.

Nel 2017, il Vice-Presidente Osinbajo si è recato nella zona più o meno letteralmente con camion carichi di denaro per pagare i miliziani. Questo sistema era già stato usato in passato con alterne fortune.

Gli attacchi sono calati, ma vista la continua insostenibilità della situazione nel Delta e l’avvicinarsi delle elezioni molti aspettano i prossimi attacchi.

E intanto il fiume, ormai nero, sta morendo.

 

 

Davide Rasconi

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