Il deserto “alla moda” di Atacama: una discarica illegale a cielo aperto

Vestiti, vestiti e ancora vestiti. È questo lo scenario che si prospetta davanti agli occhi quando si osserva il deserto di Atacama, in Cile. È considerato il più arido al mondo, ma negli ultimi anni è diventato una vera e propria discarica a cielo aperto: 40mila tonnellate di vestiti provenienti da catene di fast fashion sono state abbandonate sulle sue dune. Lo rivela un nuovo report dell’Agenzia Afp.

Entrare in un negozio di abbigliamento, notare una maglietta o un pantalone a basso costo di cui non avremmo bisogno, e pensare: “Ma sì, è carino, costa poco, un capo in più in armadio a chi può fare male? Lo compro”. Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, anzi, purtroppo molte volte nella vita, si sarà ritrovato a fare un pensiero simile, finendo per compiere un gesto apparentemente innocuo e banale che, ahimè, ha delle ripercussioni devastanti sull’ambiente, e non solo.

Quella della moda è un’industria che impiega centinaia di milioni e genera ricavi significativi, coinvolgendo, si può dire, chiunque, ovunque, nel mondo. Da chi indossa gli abiti, a chi li produce, a chi li vende, ognuno di noi è coinvolto, suo malgrado, in questo circolare e, molto spesso, pericoloso, meccanismo. Dal XX secolo in poi, il settore dell’abbigliamento ha cominciato a rientrare sempre di più nella mentalità dell’usa e getta e la globalizzazione ha fatto il resto: capi spesso ideati in un paese, prodotti in un altro e venduti in tutto il mondo a un ritmo sempre più crescente. Negli ultimi quindici anni, poi, questa tendenza è stata ulteriormente accentuata dall’aumento della domanda da parte di una classe media in crescita in tutto il mondo, con un reddito disponibile più elevato, e dall’emergere del fenomeno che è stato definito fast fashion.

Con questo termine che, letteralmente, significa “moda veloce”, si fa riferimento a un settore dell’abbigliamento che realizza abiti di bassa qualità a prezzi molto ridotti e che lancia nuove collezioni continuamente e in tempi brevissimi. In pratica, si parla delle grandi catene che si trovano ormai in ogni città. A un primo sguardo niente di anormale, ma ci siamo mai chiesti cosa si nasconde dietro ad aziende che raggiungono immensi profitti vendendo prodotti a prezzi così bassi? Questo tipo di industria produce, in realtà, due tipi di conseguenze estremamente negative: una riguarda direttamente gli esseri umani, l’altra l’ambiente. Pensiamo a ciò che è accaduto in Bangladesh il 24 aprile 2013, quando è avvenuto il crollo del Rana Plaza, un grandissimo edificio di otto piani che ospitava appartamenti, numerosi negozi e, tra le attività, anche diversi laboratori tessili che lavoravano per alcune tra le più note catene del fast fashion.

Prima dell’accaduto, erano state segnalate delle crepe nell’edificio che avrebbero potuto portare a un crollo. Così, dopo questo avviso, le attività sono state temporaneamente sospese, ad eccezione di quelle delle fabbriche tessili. Questa scelta provocò 1129 vittime e 2515 feriti, in quello che viene oggi celebrato come Fashion Revolution Day dal movimento no-profit tra i più grandi al mondo, il Fashion Revolution appunto. Alla base di tragici avvenimenti come quello appena citato c’è una realtà abbastanza triste: chi opera in queste fabbriche, oltre ad avere un salario eccessivamente basso, è costretto, quasi sempre, a lavorare in condizioni inaccettabili, senza alcuna garanzia o tutela in termini di norme di sicurezza e di norme igieniche.

L’altra conseguenza legata al fenomeno del fast fashion e su cui vorrei soffermarmi maggiormente in questo articolo riguarda, invece, l’impatto della produzione sull’ambiente. Queste industrie, infatti, non prestano attenzione né alla scelta dei tessuti né alle tecniche di produzione, utilizzando anche pesticidi e sostanze chimiche aggressive, e rendendo l’industria della moda la seconda industria più inquinante, subito dopo il petrolio. La Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE), durante una conferenza in Svizzera, ha rilasciato dati sconcertanti proprio in relazione ai danni provocati all’ambiente da questo tipo di industria: è, infatti, responsabile del 20% dello spreco globale dell’acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica, oltre a produrre più gas serra di tutti gli spostamenti aerei e navali nel mondo. Inoltre, a causa dei pesticidi utilizzati, vengono inquinati i fiumi e i terreni vicini alle fabbriche che, ogni giorno, scaricano nell’acqua coloranti tossici e sostanze aggressive utilizzate per la colorazione o lo sbiancamento dei tessuti. E arriviamo, infine, alla questione, meno conosciuta ma non meno importante, dei rifiuti.

Ebbene sì, la produzione fast fashion, oltre a creare situazioni disastrose per i lavoratori e per l’ambiente, genera un enorme problema che riguarda proprio la gestione dei rifiuti. Quella mostrata in queste sconcertanti immagini, che raffigurano proprio il deserto di Atacama trasformato in un’ immensa discarica a cielo aperto ricolma di vestiti di ogni sorta, è soltanto una e, forse, la più evidente, tra le manifestazioni dell’immensa devastazione e deturpazione ambientale prodotta dai colossi della moda. Un’inchiesta dell’Agp (Agence France-Presse), infatti, ha documentato come nel deserto di Atacama stiano sorgendo diverse colline colorate formate da vestiti che il mondo non indossa più. Un cimitero fatto non di persone, ma comunque inquietante, ricolmo di cumuli di vestiti realizzati in Cina e Bangladesh e poi esposti nei negozi di Stati Uniti, Europa e Asia. Indumenti non acquistati che arrivano, così, al porto cileno di Iquique, dove vengono smistati per essere rivenduti in altri paesi del continente. Ed ecco il problema: non tutto quello che viene importato ed entra nella zona franca del porto di Iquique viene venduto localmente. Almeno 39.000 tonnellate diventano rifiuti “nascosti” (e mica tanto) nel deserto. Gli importatori, infatti, utilizzerebbero proprio il deserto per smaltire gli indumenti usati non commercializzati, abbandonandoli tra le sue dune. Molti di questi finiscono per essere dati alle fiamme, altri vengono seppelliti sottoterra, sotto il tacito consenso delle autorità.

Occorre fare una precisazione per comprendere più chiaramente il fenomeno. Il rifiuto prodotto dall’industria del fast fashion appartiene, essenzialmente, a due tipologie: la merce invenduta e la merce indesiderata. Nel primo caso, il principio che porta a produrre quantità spropositate di vestiario comporta anche il rischio che tale produzione rimanga invenduta. Ad esempio, nel 2018, la nota azienda H&M è rimasta con una quantità di invenduto pari a 4 miliardi e 300 milioni di dollari. Questa merce, nella quasi totalità dei casi, viene bruciata, rilasciando delle sostanze altamente inquinanti. Il rifiuto che, invece, ricade nella categoria di merce indesiderata, è quello che generiamo proprio noi consumatori, più o meno direttamente. Lo generiamo, ad esempio, quando ci stufiamo di un abito, quando pensiamo che vada gettato perché rovinato, quando effettivamente si rovina a causa della scarsa qualità del tessuto, quando accumuliamo troppi vestiti e siamo costretti, successivamente, a gettarli per liberare spazio o, ancora, come sottolineavo all’inizio, quando acquistiamo un indumento di cui non abbiamo necessità o che non ci piace soltanto perché costa poco, finendo poi per buttarlo dopo non averlo quasi mai indossato. Tutto questo ha delle conseguenze catastrofiche: solo in Italia, secondo il rapporto “L’Italia del riciclo 2010” a cura della Fondazione Sviluppo Sostenibile e Fise-Unire di Confindustria, ogni anno finiscono in discarica 240.000 tonnellate di prodotti tessili, principalmente capi di abbigliamento.

Alla luce di queste considerazioni, le immagini del deserto di Atacama, nel quale non confluiscono soltanto gli indumenti usati, ma anche tonnellate di abiti invenduti, fanno davvero rabbrividire. Per far fronte a tutto questo, l’Unione Europea ha deciso di accelerare la transizione verso un’economia circolare, un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile. L’obiettivo è quello di estendere il ciclo di vita dei prodotti, contribuire alla riduzione dei rifiuti e generare ulteriore valore. Proprio sulla base del concetto di economia circolare sta cercando di risollevare le sorti di Atacama una società locale, EcoFibra, provando a utilizzare quei capi di abbigliamento abbandonati come pannelli di isolamento.

Il problema è che gli abiti non sono biodegradabili e sono fatti con prodotti chimici, quindi non possono essere ammessi nelle discariche comunali.

Queste le parole proprio del fondatore di EcoFibra, Franklin Zepeda che, nella sua azienda Alto Hospicio, lavora fino a 40 tonnellate al mese di indumenti usati. Gli indumenti sintetici e in poliestere vengono separati dagli indumenti in cotone e vengono, quindi, utilizzati per realizzare pannelli isolanti per l’edificio. Dopo dieci anni di lavoro nella zona franca di Iquique, l’imprenditore, stanco di vedere queste montagne di scarti tessili vicino casa sua, ha deciso di diventare parte della soluzione.

Un atteggiamento e una volontà da cui dovremmo trarre ispirazione e che, nel nostro piccolo, dovremmo cercare di fare nostra. Il problema di un enorme cimitero di vestiti che riempie il deserto di Atacama, un luogo così lontano da noi, non è qualcosa che ci riguarda così poi da lontano. Proprio noi siamo parte attiva di quel problema: lo siamo quando ci lasciamo andare al consumismo eccessivo, alle mode sfrenate, quando abbandoniamo il senso etico per affidarci a quello del bello, dell’ultimo grido, dell’eccesso. Apriamo l’armadio e pensiamo: “non ho niente da mettere”, avendo di fronte a noi ammassi e ammassi di vestiti tra i quali, in realtà, non siamo neanche in grado di decidere, finendo con l’indossare, si sa, sempre gli stessi abiti. Proviamo ad osservare per un attimo, con attenzione, quei vestiti di cui i nostri armadi sono ricolmi, proviamo a immaginarli in quel deserto, a invadere ambienti e vite altrui con la loro ingombrante e inquinante presenza. Proviamo a riflettere su quanto dolore il nostro eccesso e la nostra eterna insoddisfazione provochino all’ambiente, al mondo, a noi stessi. E ogni volta che saremo tentati di acquistare un abito di cui potremmo fare a meno, ci domanderemo: “Ne ho davvero bisogno?”. Un piccolo gesto, in questo caso un gesto non compiuto, potrebbe rappresentare un sostanziale contributo alla salvaguardia del nostro pianeta e, con esso, degli esseri viventi che lo popolano, esseri umani compresi.

Roberta Mazzuca

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