Il film di Rovazzi “Il vegetale” ha un drammatico difetto: somiglia al suo titolo

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Di Selvaggia Lucarelli


Per ragioni su cui sorvolerei ho visto il film di Rovazzi. Premetto che non ho mai scritto mezza riga su di lui perché non ne ho sentito l’urgenza, né nel bene, né nel male. Ha intercettato dei tormentoni scemi che giravano sul web e li ha utilizzati bene, con furbizia e un’ironia non sopraffina, ma dignitosa. Per il suo target, sia chiaro.

Il film invece è un’altra storia, perché se ti dirige Nunziante (il regista dei film di Zalone), se ti produce Walt Disney, se si investono più di 5 milioni di euro sul film, se dici che per fare una cosa fatta bene hai rifiutato qualsiasi cosa, se è il salto da cazzaro del web ad attore, allora mi tocca occuparmi di te.

Veniamo al punto.
Il film “Il vegetale” ha un drammatico difetto: somiglia al suo titolo. Non è un film brutto, non è un film bello. Non è fastidioso, non è emozionante. Non è divertente. Non è romantico. Né per grandi, né per bambini. Non è né carne né pesce. È, appunto, un vegetale. E riduce in vegetale chi lo guarda. E per i seguenti motivi:

  •  Non si ride. C’è una sola gag divertente (quella in cui lui e la ragazza che gli piace sono in macchina), per il resto la sensazione è che Rovazzi provi a essere comico, che il regista gli abbia apparecchiato la scena per farglielo fare e che però Rovazzi non ce la faccia proprio. Non ha la verve, i tempi, la mimica, il talento del comico. Intercettare i tormentoni non vuol dire saperli creare. E creare tormentoni divertenti non vuol dire essere attori comici. È, anzi, un non attore piuttosto triste. Lo vedrei meglio in un film di Pupi Avati, con la sua faccia scavata, il baffetto sottile, le spalle un po’ curve da uomo affaticato dalla vita. Zalone, con un film così, avrebbe fatto scintille.

 

  • Mentre Zalone è così bravo da avere la scena tutta per sé (chiunque reciti con Zalone sparisce dalla scena), Rovazzi è così inesistente da valorizzare tutti quelli che recitano con lui. E infatti il ruolo del comico del film se lo aggiudica il suo coinquilino Alessio Giannone, che ha poche battute e se le porta tutte a casa. Perfino la bambina è più dotata di lui. Zingaretti, vabbé, non ne parliamo neanche. Se nel prossimo film ci infila Garko, Garko si porta a casa un Golden Globe.

 

  • Il film è tutto un cliché. Milano, la pubblicità, il neolaureato costretto ai lavori più umili e poi lui che finisce in un paese sperduto in cui incontra la bella venuta dal nord che fa molto Zalone mandato al polo nord, solo che qui siamo verso sud. La storia d’amore è scialba e buttata via.

 

  • Se il film è costato 5 milioni, almeno tre li hanno spesi di droni perché ci sono più riprese dall’alto di campi e città che primi piani di Rovazzi. A un certo punto pare più Linea Verde che un film.

 

  •  In alcune scene Rovazzi ha palesemente i baffi finti, cosa che fa molto Drive In.

 

  • Rovazzi è così attore che ha dichiarato “dovevo chiamarmi Filippo ma mi faceva strano chiamarmi Filippo e quindi ho preferito Fabio Rovazzi”. Pare che Brad Pitt farà ridoppiare “Troy” perché gli fa strano sentirsi chiamare “Achille” e si chiamerà Brad.

 

  • Le scene dei dialoghi in macchina girate in studio con la finta strada sullo sfondo fanno molto Cinema anni ‘50 con i mega-volanti. Solo che è il 2018 e Rovazzi non è James Dean.

 

  •  Le marchette ad Adidas e l’omaggio a Citylife (ovvero casa Fedez), inquadrata in un paio di scene, non potevano mancare.

 

  • Il film stesso è scritto così così. Una favoletta bio di cui i bambini capiscono poco (confiscare, il capolarato, il biologico, l’abuso edilizio….) e di cui i grandi capirebbero pure, se la Gabanelli della situazione non fosse Rovazzi.

 

Insomma. Fossi in Rovazzi mi rimetterei sul trattore e canterei “andiamo a recitare”. Partendo da una buona scuola, però.
E lasciando la comicità ai comici. Perché Zalone ci fa volare, lui solo decollare per poi farci schiantare in un cespuglio a cinque minuti dall’inizio del film. Amen.

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