Il Giappone e le schiave sessuali dell’esercito

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Comfort woman e ianfu sembrano delle parole belle, eleganti. Un po’ meno raffinato è il loro significato, cioè donne del comfort o più direttamente prostitute, schiave sessuali.

Arriva oggi l’accordo di pacificazione tra Corea del Sud e Giappone per una dolorosa questione protrattasi fin troppo a lungo, precisamente dalla Seconda Guerra Mondiale: dopo 70 anni, infatti, il Paese del Sol Levante riconosce le proprie responsabilità nei confronti del rapimento di migliaia di donne di cui è colpevole.

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Si trattava di donne provenienti da molti Paesi asiatici, come Corea del Sud, Filippine, Cina, ma anche australiane e olandesi, adescate con la promessa di un lavoro in fabbrica e poi rinchiuse in ‘centri del comfort’, veri e propri bordelli di Stato, e costrette a prostituirsi. Schiave sessuali per i soldati dell’Imperatore Hirohito.

La carenza di documenti ufficiali ha reso difficile stimare il totale delle comfort women; se vi era una documentazione, è probabile che fu distrutta dal governo giapponese alla fine della guerra. Gli storici sono giunti a varie stime, studiando i documenti rinvenuti: Yoshiaki Yoshimi, che dedicò il primo studio accademico all’argomento, stimò il numero totale tra le 50 e le 200mila donne. E se il Giappone parla di 20mile donne, per la Cina si tratterebbe di oltre 400mila persone.

Il termine ianfu è un eufemismo che sostituisce la parola shofu, ovvero prostituta. I documenti relativi alla Corea del Sud affermano che non fosse una forza volontaria, e dal 1989 diverse donne si sono fatte avanti, testimoniando che i soldati giapponesi le avevano rapite.

Il mancato riconoscimento delle proprie responsabilità da parte del Giappone ha per anni creato una situazione piuttosto problematica tra i due governi amici di Tokyo e Seul, che dopo 70 anni hanno superato un’impasse durato troppo a lungo e che spesso ha costituito un punto di conflitto non indifferente per i due Paesi. Il premier giapponese Shinzo Abe si è infatti scusato per la vicenda e il governo di Tokyo si è impegnato a finanziare un fondo da un miliardo di yen per le vittime della tratta.

La Corea del Sud, dal canto suo, nella persona di Yun Byung-se, ministro degli esteri, ha affermato al termine del colloquio con il suo collega giapponese Fumio Kishida che l’accordo sarà considerato “definitivo e irreversibile” solo se il Giappone si assumerà le proprie piene responsabilità in merito alla questione.

 

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