Il lavoro dei sogni: quando la realtà è ben altra cosa

La piscina delle incertezze nella quale oggi giorno un giovane laureato italiano si ritrova a nuotare, a pochi giorni, o mesi dalla laurea, è una costante che non sembra arrestarsi.

La situazione è ancor più precaria per tutti coloro che hanno scelto una facoltà umanistica e vorrebbero un lavoro che rispecchi quanto hanno appreso e le proprie passioni, e che non lasci spazio ai “te l’avevo detto” di chi ha scelto invece una strada più sicura.

Come si sentono i millennials di oggi, dai 24 anni in su? Sognatori? Carichi di aspettative? No, disillusi. Il percorso successivo, che segue l’ennesimo silenzio stampa post invio CV, infatti è: cambiare strada completamente.

Poco importano i sacrifici, il denaro speso per ottenere una brillante formazione, quando il mercato del lavoro preferisce altro.

L’incubo della precarietà e di un telefono che mai squilla indurrebbe all’accettazione del piano B, ovvero la rassegnazione, pur di non finire disoccupati, a una prospettiva di lavoro che non era quella che ci si aspettava.

“Il lavoro resta per moltissimi uno dei principali motori di senso esistenziali. La sua assenza crea delle voragini nell’identità delle persone, vuoti incolmabili che niente riesce a colmare”.

Questa è l’eloquente risposta rilasciata su Vanity Fair in un’intervista, dallo scrittore e ricercatore universitario Daniele Zito.

Sono passati due anni da questa affermazione, ma il tempo non ne ha spazzato via la potenza e l’aderenza alla realtà.

Sia che si prenda in analisi il target giovani millennials o che ci si sposti un po’ più in là, questa rimane sempre la motivazione che spinge a scegliere il piano B, pur di lavorare.

I laureati in materie umanistiche possiedono infatti una certa appetibilità aziendale, a fronte delle loro capacità analitiche, la destrezza nella scrittura, le  doti relazionali e così via. Skills  che permettono loro di non essere squalificati del tutto dal mercato del lavoro. Sì, ma tutto ciò non significa ottenere la professione desiderata.

Il lavoro più in voga tra i laureati in lettere o storia dell’arte è il cosiddetto HR, o addetto alle risorse umane.

Nulla da togliere a questa professione, ma se viene scelta dal momento che il mercato non è in grado di raccogliere e trasformare in qualcosa di produttivo le proprie conoscenze filosofiche o artistico-culturali, è tutt’altra cosa.

In alternativa c’è chi decide di accettare un trattamento stressante e squalificante, pur di non fallire il piano A.

Dunque si parla di impieghi in celeberrimi scrigni dell’arte, della cultura, della comunicazione, ottenuti grazie a stage mordi e fuggi, non retribuiti, spesso senza assicurazione.

Ma, alla fin fine, si potrebbe dire: meglio la (temporanea?) proiezione del lavoro dei propri sogni, che si accetta nel suo totale distacco da ciò che si pensava fosse, pur di non abbandonarne l’idea.

Il dato più angosciante, che caratterizza questa generazione e il suo rapporto con l’attività lavorativa, risulta però essere, contrariamente a quanto appare, l’eccessivo tempo che quest’ultimi dedicano al lavoro nella propria vita.

L’angoscia del licenziamento, dell’impossibilità di fare carriera, visto la crisi in atto, porterebbe ad un eccesso di devozione “alla causa” che fa tutt’altro che bene.

Probabilmente si accumula così incertezza nella prima fase, quella in cui si fatica ad ottenere una posizione adatta, che poi subentra la paura di perdere quanto si è ottenuto con sacrifici.

L’iperconnettività non ostacola dunque l’applicazione dei giovani al lavoro, nè rallenta la loro produttività, anzi. Sempre su Vanity Fair ecco le parole di Marina Osnaghi, master coach, in riferimento ai millennials:

La tecnologia li segue ormai ovunque, mentre sono in bagno, mentre si vestono, mentre mangiano e addirittura quando sono malati. I Millennials si trovano immersi in un ciclo continuo di stimoli, costretti a lavorare un numero di ore dilatato rispetto a quello che sarebbe in un mondo senza tecnologia. E con l’aumento delle ore di lavoro si annullano inequivocabilmente gli spazi per la vita privata. Per questo, ricordarsi che la qualità della propria vita è insostituibile diventa una raccomandazione fondamentale per evitare conseguenze spiacevoli sul fisico e sulla psiche.




Cercando di farsi strada in questo desolante panorama, la cosa più utile da fare è, prima di tutto, parlarne.

Fare finta di nulla significa infatti lasciare che diventi un’ovvietà. Per cercare di cambiare la situazione, agire è sempre la soluzione.

Secondariamente è utile cercare di capire quali siano i vuoti, sociali e istituzionali, che corroborano questo sistema. Ad esempio la mancanza di un sistema che connetta i giovani con il lavoro, le università pubbliche con le aziende o i privati, alla stregua dell’anello già esistente tra politecnici e laureati in ingegneria.

Utile per i ‘work addicted’ è anche la promozione del valore del tempo libero. La difesa e valorizzazione di quest’ultimo è sostanzialmente un modo per risanare dall’interno il proprio io e la propria identità, messa a dura prova da un contesto lavorativo non appagante, che rischia di far perdere il baricentro.

La consapevolezza critica non è comunque una scusa o una comfort zone da abbracciare, in loop al “tanto le cose non cambieranno mai”.

Che la marcia per il clima possa insegnarci qualcosa o, per lo meno, indurci al giusto e reattivo stato d’animo?

Un buon insegnamento risulta essere il consiglio elargito ai giovani dal critico d’arte Philippe Daverio, nella trasmissione “Il posto giusto”, su Rai 3: “Non lamentatevi”.

Esortazione a non fermarsi alla critica, che spesso immobilizza. Segno che le azioni contano più che la rassegnazione.

Claudia Volonterio

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