Il lockdown è indispensabile ma non basta e non può durare in eterno

amir appel
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Da qualche giorno le multe per chi esce senza un motivo valido (a giudizio dell’agente delle forze dell’ordine che si ha la sorte di incontrare) sono molto più alte. Anche oggi cambia il modulo per l’autocertificazione (che deve essere rigorosamente cartaceo altrimenti non vale, fa sapere la Polizia).
Restare a casa è indispensabile, ma questo, insieme al conseguente lockdown, di per sé non basta e non può durare in eterno. Gli inasprimenti progressivi di divieti e sanzioni sembrano rispondere più a reazioni emotive – frammiste alla ricerca di capri espiatori e alla consueta propensione per la propaganda – che a comprovate necessità di maggiore repressione generalizzata. Se è vero che il 95% do noi rispetta i divieti e solo alcune aree sono meno disciplinate, forse sarebbe meglio concentrare gli inasprimenti delle restrizioni solo su tali aree.
Il ricorso alla forza e l’idea di usare i militari per il pattugliamento delle strade tradiscono una certa improvvisazione, la difficoltà di pensare strategie alternative e complementari al lockdown, e la mancanza di un piano per il dopo.
Forse non abbiamo bisogno dell’esercito in strada ma di più test, di maggiori servizi alla comunità sul territorio, fuori dagli ospedali, e di risorse e protezioni adeguate per i medici lasciati soli in prima linea. È la Corea del Sud che dobbiamo imitare, non la Corea del Nord.
Come hanno denunciato i medici di Bergamo, in Lombardia manca un sistema capillare di assistenza a domicilio sul territorio che allenti la pressione sugli ospedali e riduca il rischio di contagio del personale medico. Mancano ambulatori e procedure che consentano di effettuare test senza contatto, come avviene invece in estremo oriente. Nelle aree più colpite chi ha sintomi non sempre viene testato e curato.
Dobbiamo pianificare il dopo-lockdown e il dopo-epidemia. Potenziare il sistema sanitario, certo, ma anche l’assistenza sociale sul territorio come invocato dai medici di Bergamo, e soprattutto organizzare adeguate procedure di “contact tracing”.
Comprendo (e non condivido) le perplessità di chi ritiene inaccettabili le violazioni della privacy connesse al tracciamento digitale in stile coreano. Allora organizziamo un tracciamento vecchio stile, con gli investigatori che muniti di scafandro interrogano i pazienti uno per uno. Ma teniamo a mente che tra il momento del contagio e quello della trasmissione dell’infezione passano in media solo 5 giorni, quindi questi super-investigatori dovranno essere super-veloci e ricostruire in un baleno tutte le catene di contagio che bisogna spezzare.
La comunicazione istituzionale, finora, è stata deficitaria. Non bastano le dirette Facebook e le conferenze stampa telegrafiche in cui si snocciolano pochi numeri sostanzialmente inutili.
È necessario assumersi invece le responsabilità degli errori compiuti finora (leggete e rileggete le cronache da Bergamo. In Lombardia non eravamo preparati. E poco importa che non lo fossero nemmeno alcuni altri paesi europei). I responsabili della sanità lombarda devono spiegare cosa non ha funzionato, anziché sfruttare la popolarità guadagnata nella disgrazia per lanciare improbabili candidature a sindaco di Milano.
Capisco la difficoltà del momento ma le istituzioni devono fornire più informazioni: i ricercatori hanno bisogno di dati *utilizzabili* per stimare l’evoluzione dell’emergenza e capire quali interventi sono più urgenti. Sono necessari dati individuali sui ricoverati, sui pazienti con polmonite, su quelli soggetti a trattamenti intensivi, sui contagiati lasciati a casa, e sui malati con sintomi cui non viene effettuato il tampone. Dobbiamo conoscere le caratteristiche socio-demografiche di queste persone. Senza i dati (ripeto, informazioni a livello individuale *utilizzabili* per vere analisi statistiche nel totale rispetto dell’anonimato) programmare l’allentamento del lockdown è più difficile.
Solo analizzando i dati possiamo sapere con ragionevole sicurezza quali categorie possono tornare a lavorare senza correre alcun rischio, e far ripartire l’economia, o almeno alcuni suoi comparti, senza temere di compromettere la salute di qualcuno. Solo con un sistema capillare di assistenza domiciliare possiamo pensare di proteggere le persone più vulnerabili, che proprio perché vulnerabili vanno curate precocemente e assistite anche negli aspetti non clinici delle loro attività quotidiane.
Solo dati alla mano possiamo verificare la veridicità di notizie come il picco di 1800 malati di polmonite sotto i 30 anni nella sola Bergamo trasmesse da alcuni mezzi di informazione e ignorate dalle grandi testate (forse proprio perché non facilmente verificabili).
In Corea del Sud per evitare il sovraffollamento degli ospedali sono stati aperte centinaia di mini-laboratori per analizzare quante più persone possibile e preservare la salute degli operatori sanitari minimizzando i contatti con i potenziali contagiati. Nelle stazioni drive-through i pazienti sono testati rimanendo nella propria auto. In alcuni ambulatori i pazienti entrano senza appuntamento in una sorta di cabine telefoniche che consentono agli operatori di effettuare i tamponi senza alcun contatto fisico.
L’aneddotica suggerisce che in Lombardia sia invece molto difficile ottenere di essere testati. Al punto che a Bergamo i decessi sono gravemente sottostimati perché le persone muoiono di polmonite in casa senza nemmeno essere state sottoposte al tampone.
Come mostra la lettera dei medici di Bergamo, in Italia i test avvengono spesso in condizioni pericolose per il personale sanitario e la quota di medici contagiati è allarmante. Ieri ne sono morti 7, dall’inizio dell’emergenza sono 36. I medici contagiati sono già il doppio di quelli della Cina.
Quando l’emergenza sarà finita qualcuno dovrà rispondere dei tanti errori commessi, per evitare di trovarci impreparati alla prima recrudescenza dell’epidemia e per pianificare adeguatamente il dopo.
Nel frattempo dobbiamo smettere di bollare come nemico della patria chiunque chieda pacatamente e costruttivamente trasparenza e aggiustamenti di rotta. Il diritto di critica deve poter essere esercitato anche e soprattutto nelle situazioni di crisi.
Fabio Sabatini

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