#Fertilityday, è il mio utero che vi parla

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DONA

Udite udite, signore e signori. Il mio utero sta parlando, ed esige un minuto di religioso silenzio.

Da qualche parte nel mondo una donna resta appesa al davanzale di una finestra, nascosta da un turbine di tendine di pizzo bianco che danzano maleducate e prepotenti, prese dalla foga di un vento invernale che non lascia scampo. Un turbine di tendine di pizzo bianco coprono a stento un pezzo di carne nuda di appena 50 kg.

Con le dita nodose della mano sinistra preme insistentemente il ventre, mentre l’altro arto sorregge pigramente una tazza di tè nero, nel fondo del quale, forse, una donna stanca cerca le risposte alle domande che lei stessa non si è mai posta.

E’ in attesa. Da 9 mesi. O forse da sempre.

Erano i ruggenti anni 90, la felicità si respirava nell’aria come il profumo dei fiori di campo, e l’atmosfera era intrisa di verde speranza. Il tempo di pace e prosperità era impregnato nelle menti della gente; giovani ignari, ubriachi di soddisfatta insapienza, si accingevano ad evolvere in grandiose carriere… E pannolini e biberon venivano inconsciamente abbandonati.

Avete sentito bene, inconsciamente, perchè nessuno poteva immaginare, all’epoca, a cosa stavamo andando incontro. Qualcuno gridava all’Apocalisse imminente, ne sentivamo l’eco proprio lì, nella culla della montagna più alta, mentre ci ubriacavamo di ignara follia.

Nessuno ascoltava. Il mio utero dormiva sonni profondi, scoraggiato da una dittatura psicologica e culturale che in quegli anni gridava a gran voce di non ascoltare la nonna, le grandi famiglie non esistono più.

Un figlio non è più una priorità.

Correva l’anno 1995 e l’Italia sfiorava un record mai raggiunto fino ad allora in tempo di pace.

Le città dimagrivano a vista d’occhio.

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La pancia della nostra penisola sgonfiava pian piano, lasciando ampio respiro ad una silhuette invidiabile.

A Maranzana, provincia di Asti, in 10 anni erano nati 17 bambini; ma i morti erano stati 118. A Fabbrica Curane, in provincia di Alessandria, i nati erano 47 contro 259 morti. A Trieste i decessi erano 2500 in più delle nascite. A Bologna 4970. A Genova 7421.”

Correva l’anno 1995, la vita e la morte combattevano un’estenuante battaglia silenziosa, palesemente dinnanzi alle nostre cieche coscienze. L’Italia dimagriva e tingeva di un bianco candido la sua folta chioma.

Si parlò per la prima volta di rischio pensioni e tasso di fertilità preoccupante, gridando “al lupo al lupo” nel mezzo di una società sciupata e massacrata dalla politica culturale. Vennero usati termini che rimasero a mezz’aria senza cogliere nel segno.

Vent’anni dopo si sarebbe gridato al pericolo, minacciando l’incombente morte di una penisola, fiore del Mediterraneo, e patria del buon cibo.

Solo vent’anni dopo si sarebbe gridato “al lupo al lupo” usato il temibile hashtag #Fertilityday.

Fertility day, ebbene si.

E’ proprio oggi il grande giorno, e il mio utero muore dalla voglia di dire la sua.

Ancora una volta si cerca di spronare la popolazione affinchè i giovani possano proliferare; banniamo i preservativi e diamoci all’amore.

Tutto questo senza ovviamente contare che per troppi anni il nostro utero e i tanto richiesti ovuli da fecondare hanno vissuto in uno stato di continuo scoraggiamento nel compiere il loro lavoro. Sono stati dissuasi con tutti i mezzi e i terrorismi ideologici e psicologici possibili. Sono stati tenuti per il collo, appesi ad una parete e torturati selvaggiamente. Siamo addirittura arrivati a credere che bisognasse arrendersi ad un figlio solo, come massimo auspicio, rigando dritto a ciò che silenziosamente ribadiva questa dittatura culturale.

Il mio utero vuole dirvi che da qualche parte, sparsa per questo Pianeta spaventosamente sovraffollato, vive un donna, appesa ad un davanzale di una finestra, nascosta appena da un turbine di tendine di pizzo bianco.

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Vuole dirvi che c’è una donna di appena 40 anni, sola, perchè il padre del suo unico figlio ha preferito, un bel giorno, feste di soli maschietti alla vita coniugale. Finge una serenità apparente, ridendo a denti stretti, mantenendo una pacatezza irreale. Sorseggiando il suo te nero, riflettendo sulla reazione già rodata che ha imparato a memoria a sue spese, e che ha sfoggiato ai curiosi più volte di quanto non riesca a credere.

Questa donna bada al suo utero, lo difende, perchè è il solo che possiede.

Non rivela ai sociologi di famiglia quanto le sarebbe piaciuto poter donare un fratellino o una sorellina al suo primogenito.

Non dice mai quanto sia già difficile crescere un figlio da sola, e quanto spesso uno ne valga almeno quattro.

Non ammette quanto si senta egoista, e quanto il ticchettio di quel maledetto orologio biologico le massacri la psiche e le faccia venire voglia di urlare.

Non parla mai della forte depressione post partum, né della bulimia che ancora tenta faticosamente di combattere.

E’ così che l’Italia si pugnala, prospera, si arricchisce, dimagrisce e si suicida.

E’ così che i nostri uteri smettono di avere fiducia nel governo, e non credono più che un cambiamento sia davvero possibile.

Queste donne sono ovunque, e il loro utero parla continuamente.

Queste donne siamo noi, siete voi, sono le vostre datrici di lavoro, le vostre colleghe o dirimpettaie.

Questa donna sono anche io, e il mio utero va maledettamente rispettato.

 

Elisa Bellino

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