Il mondo dopo la guerra in una poesia di Wisława Szymborska

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Come sarà il mondo dopo la guerra in Ucraina? Ce lo racconta La fine e l’inizio, una poesia della poetessa polacca premio Nobel Wisława Szymborska.

Se all’inizio del 2022 qualcuno ci avesse detto che sarebbe scoppiata una guerra pericolosamente vicina all’Europa, probabilmente non ci avremmo creduto. Oggi, invece, mentre dall’Ucraina ci giungono notizie sempre più strazianti, la guerra è una realtà dolorosamente evidente, che suscita rabbia e paura. Come cambierà l’Europa con questo conflitto? E come sarà il mondo dopo la guerra?




Difficile dirlo. Per abbozzare una risposta, si può provare ad attingere dallo studio della storia, della filosofia, delle relazioni internazionali, dell’economia, della sociologia. Anche dalla letteratura, però, possono provenire spunti inaspettatamente decisivi. Un esempio? La poesia La fine e l’inizio, opera della poetessa premio Nobel per la letteratura nel 1996 Wisława Szymborska.

Il mondo dopo la guerra secondo Wisława Szymborska

Quando venne assegnato a Szymborska il massimo riconoscimento per la letteratura, la motivazione che lo accompagnava fu:

per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà.

Nella poesia La fine e l’inizio, inclusa nella raccolta La gioia di scrivere, questi tratti sono più che evidenti. In essa, infatti, con un lessico semplice e piano, la poetessa racconta il lento processo di ricostruzione di ciò che è il mondo dopo la guerra. Tanto il mondo fisico, invaso di resti umani, macerie e costruzioni pericolanti, quanto quello spirituale, ingombro di detriti non meno complessi da gestire. E dunque, che si fa in un mondo così devastato?

Primo: si rimedia, rimboccandosi le maniche e ripulendo come si può

Il mondo dopo la guerra è anzitutto un luogo da ripulire dalle brutture che quanto accaduto ha portato con sé. Szymborska, studentessa liceale a Cracovia allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ne sa qualcosa, e lo racconta senza giri di parole:

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

È un lavoro sporco, è un lavoro ingrato. Non è instagrammabile, non si presta alle retoriche dell’eroismo e della lotta con cui durante la guerra i media e il discorso pubblico rintronano le orecchie. È fatica, pura e semplice fatica che cura e ripara gli edifici, i paesaggi, le persone:

Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

Secondo: si riprende a parlare, incontrarsi, vivere. E si dimentica

Negli anni che ci vogliono a riparare il mondo dopo la guerra, a poco a poco la quotidianità si riconquista il proprio spazio. Nel bene e nel male. Infatti,

C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Si potrebbe ritenere che quest’oblio della guerra sia colpevole. Eppure, Szymborska non sembra pensarla così. Il mondo dopo la guerra avrà fame di libertà, di vita, di pace, di incanto. Come lo si tutelerà, come si eviterà che ciò che è accaduto possa accadere ancora?

L’essere umano non è propenso a imparare dai propri errori. Casomai ce ne fosse stato bisogno, quanto sta accadendo in questi giorni in Ucraina e nel mondo lo dimostra efficacemente una volta di più. Retoriche trite, rancori, semplificazioni e pregiudizi intrisi nel veleno tornano a farsi sentire con prepotenza. E allora, che si fa?

Quel che Szymborska descrive nella lirica sembra un buon inizio: quando vecchi argomenti corrosi dalla ruggine vengono alla luce, li si porta dove devono stare. Affinché il mondo dopo la guerra non si ribalti, di nuovo, in quello che sarà ricordato (e dimenticato) come il mondo prima dell’ennesimo conflitto.

Valeria Meazza

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