Il nome di un transgender non finisce con la sua morte, ma rimarrà tale per sempre

Di Alessia Nobile


Il  20 novembre di ogni anno  si celebra il Tdor (Transgender Day of Remembrance), una ricorrenza della comunità LGBTQ per commemorare le vittime dell’odio e del pregiudizio verso le persone transgender.
Questa giornata fu introdotta da Gwendolyn Ann Smith nel 1999 in ricordo di Rita Hester, assassinata nel 1998.

Ma chi era Rita Hester?

Rita era una ragazza transgender di origine statunitense nata il 30 novembre 1968. Pochi giorni prima il compimento dei suoi 35 anni d’età, esattamente il 28 novembre 1998, fu uccisa  a coltellate nel proprio appartamento ad Allston (quartiere di Boston). Alcuni testimoni oculari dissero di averla vista lasciare il locale Jacques, in compagnia di più persone,
Un vicino di casa nel pomeriggio chiamò la polizia perché sentiva dei rumori strani provenire dall’appartamento della donna. I poliziotti giunti sul posto trovarono Rita già in arresto cardiaco, pugnalata molteplici volte. La porta non era stata forzata e dall’appartamento non mancava nulla.
La Hester moriva per mano di conoscenti? Per odio? Nessuno poteva saperlo.
La tragedia divenne subito notizia pubblica e i giornalisti cominciarono a raccontare l’accaduto in modo irrispettoso, principalmente per la memoria della povera Rita, utilizzando nome e sostantivi maschili e poi per la famiglia e gli amici che oltre al dolore per la perdita della loro amata, videro addebitarsi  la sofferenza di un’identità non riconosciuta, invisibile.
La giornata del 20 novembre oggi è ricordata in tantissimi paesi e in questa data si organizzano fiaccolate, manifestazioni, seminari ed eventi che oltre a commemorare Rita Hester e tutte le persone transgender uccise e suicide a causa della violenza e della discriminazione, punta l’attenzione su quella piaga sociale molto larga, comunemente conosciuta come “transfobia“.

Ma cos’è davvero la “transfobia”?

La transfobia non è altro che un insieme di vari comportamenti violenti ai danni delle persone transgender, inflitti in maniera isolata o/e ripetuta, tanto da provocare sofferenza, traumi e addirittura la morte.
Molte persone  transgender sono state ammazzate da mano ignobile, dopo aver subito una violenza fisica, verbale o magari per futili motivi, da ricercare nel passatempo delle menti intrise di rabbia, frustrazione o nella non accettazione di se.
La violenza può tradursi anche in derisione, discriminazione, in atti di bullismo di genere o con l’esclusione dal mondo del lavoro. Complessivamente, questi comportamenti violenti possono provocare idee o gesti suicidi nelle vittime.
Oggi tante ragazze transgender sono costrette a svolgere la professione di sex worker, perché hanno difficoltà (causa pregiudizio sociale) a trovare un lavoro come tanti. Ed è proprio in questa circostanza che si trovano ad affrontare situazioni spiacevoli, rapine e violenze spesso fatali.
La storia di Rita Hester porta alla luce due importanti drammi, quello della “morte” e quello dell’ “identità fantasma”.
Rita fu uccisa due volte. La prima volta dagli assassini, la seconda, dalla società che, commemorandola al maschile, cancellava la sua anima ,che ancor prima dell’involucro, era già donna dalla nascita.
La società futura non deve più ammazzare, ma integrare, accogliere e salvaguardare. Serve creare una società fondata sull’uguaglianza, sui diritti per tutti e sull’amore del prossimo.
La transessualità è un’esistenza e come tale va guardata da vicino, scoperta ed esplorata.

Il nome di un transgender non finisce con la sua morte, ma rimarrà’ tale per sempre, oltre la vita, perché alla fine, è l’anima che conta…

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