Il Papa e la guerra: la fede che sfida la ragione

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La fede che colma le mancanze della ragione

Sin dall’inizio della guerra in Ucraina si sono avvicendati proclami, dibattiti e parole al miele (o al veleno) circa la crisi umanitaria scaturita dalla calamità. In questo groviglio di discussioni, si è esaltata a più riprese la parola del Papa, il quale si è esposto appellandosi alla pace come in ogni situazione di guerra perpetrata in ogni angolo del globo. Nell’arco di questo mese di conflitto la voce del Pontefice ha condannato aspramente l’eccidio dei cittadini ucraini e la nefandezza della guerra sia nel corso dell’Angelus domenicale che nelle varie dichiarazioni rilasciate nelle interviste.




Il Papa ha sollecitato più volte le potenze Occidentali ad arrestare il conflitto in nome di un codice morale che prevarica ogni discorso economico e/o geopolitico e che rifiuta ogni sorta di guerra. Pertanto, Francesco ha assunto una posizione che sconfina oltre gli schemi politici senza schierarsi da una parte o dall’altra. Pertanto, la fede sfida la ragione manifestando una purezza d’animo avulsa da giochi di potere.

Il ruolo del Papa nella guerra

Per il cristianesimo il legame tra uomo e fede è indissolubile. L’uomo, disciplinato dalla dottrina, non può scadere in manifestazioni di disumanità. La fede condanna la violenza ed ogni rappresentazione di crudeltà, ed è qui che il Papa mette in mostra il suo ruolo di intermediario e ostinato sostenitore della pace. Come già successo nella storia dell’uomo, la Chiesa si solleva nel momento in cui le atrocità si concretizzano, rimanendo spesso inascoltata.

“La visita a Kiev è sul tavolo”, ha affermato chiaramente Papa Francesco dopo circa un mese di guerra. Lì dove la ragione non arriva, può inserirsi la fede? Di certo, in un’ottica prettamente materiale, la presenza del Pontefice a Kiev ed un’eventuale attenuazione della guerra potrebbe considerarsi un ottimo espediente per riallacciare i rapporti con i fedeli sempre più lontani dalla Chiesa. Un atto di pura fede contornato da tinte propagandistiche cattoliche. Il gesto estremo del Papa potrebbe rivelarsi un’opportunità per la tanto agognata tregua.

Cosa ci insegna Dante sul ruolo del Papa

È necessario, però, osservare criticamente un altro lato della vicenda: l’oggettività e la materialità del conflitto. Può il Papa intervenire sulle questioni di carattere temporale? Dante Alighieri nel suo De Monarchia assume una posizione che tutt’oggi dopo settecento anni risulta ancora attuale e centrale: la Chiesa deve occuparsi del potere spirituale e religioso, l’imperatore (al giorno d’oggi le democrazie) di quello temporale. Ma come scindere la spiritualità dalle controversie umane e quotidiane?

Come succitato, il gesto e le parole di Papa Francesco volte a interrompere le ostilità sono doverose e necessarie. In ogni caso, la guerra porta sempre con sé tematiche che si spingono oltre il mero giudizio morale ed etico. Ogni conflitto è politica. La separazione tra religione e materialismo è fondamentale: i conflitti non si risolvono con la misericordia cristiana ma con interventi di pura ragionevolezza laica. Inoltre, è pericoloso trasfigurare in spirituale l’aspetto oggettivo della guerra. Il rischio è quello di corroborare le forze in campo di principi che fuggono dalla realtà e, come in ogni guerra di stampo religioso, contribuire a rendere la pace una meta irraggiungibile.

Pertanto, risulta importante distinguere, come fece Dante, i due poteri e, nel periodo di guerra, considerare entrambi importanti ma non corrispondenti. L’appello all’umanità, intesa come primo fondamento dello spirito, è di indubbia rilevanza ma non può e non deve sovrapporsi alla concretezza della ragione umana. Gli uomini non necessitano di un dio per arrestare una guerra da essi stessi plasmata, ma attraverso il raziocinio devono compiere uno sforzo nell’assicurare la pace. Ad ognuno il suo.

Lorenzo Tassi

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