Il paziente virtuale Uiss: verso la fine degli esperimenti sugli animali?

Un software per salvare migliaia di vite umane e risparmiare quelle di tanti animali innocenti.  Merito del lavoro e del talento di Francesco Pappalardo e Giulia Russo, ricercatori dell’Università di Catania. Il duo ha plasmato il paziente virtuale Uiss (Universal Immune System Simulator). L’obiettivo, a lungo termine, è quello di eliminare la sperimentazione animale, evitando l’uso di migliaia di cavie animali nei test. Il software permetterebbe di simulare l’effetto della patologia sull’organismo di un paziente virtuale. Allo stesso tempo sarebbe possibile verificare la risposta dello stesso ad uno o più percorsi terapeutici. Un meccanismo all’apparenza semplice, ma di complessa progettazione. I ricercatori hanno finora utilizzato il paziente virtuale Uiss  per tubercolosi e sclerosi multipla. Ora invece, il target dichiarato è il nemico numero uno del momento, il Covid-19. L’intento è quello di testare su Uiss sia gli effetti del virus, sia la reazione dell’organismo a vaccini ed altri farmaci.




L’ultima parola all’EMA

L’idoneità del software allo scopo ovviamente dovrà passare al vaglio dell’EMA. È all’Agenzia europea per i medicinali che spetta la valutazione dei metodi alternativi alla sperimentazione animale. A tal fine il gruppo di ricerca sta preparando un dossier. Questo sarà sottoposto all’organo preposto, entro il prossimo autunno. Nel frattempo, tuttavia, non mancano le richieste. Vari gruppi di ricerca ed aziende farmaceutiche sono già interessate ad usare Uiss. È chiaro però che  il responso dell’EMA sarà cruciale . Solo se positivo, UISS potrà essere usato per simulare l’effetto di qualsiasi patologia (e della relativa terapia) sul paziente virtuale.

Nello scorso settembre l’EPA (l’Agenzia per la tutela dell’ambiente statunitense) aveva annunciato di poter eliminare la sperimentazione animale solo per il 2035. Passando per la riduzione del 30% dei test sui mammiferi per il 2025. Forse però, la strada sarà molto più breve.  Grazie al paziente virtuale Uiss e ai due ricercatori italiani.

 

Antonio Scaramozza

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