Il pensiero critico e come svilupparlo sui banchi di scuola

Perché raramente il sistema scolastico raggiunge l’obiettivo di attivare capacità logiche negli studenti?

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Il pensiero critico, molto semplicemente, è la capacità di ragionare con la propria testa e analizzare la realtà in maniera autonoma.
Ogni giorno ci troviamo di fronte a moltissime informazioni. Alcune le accantoniamo, altre le valutiamo. Ma come?
Secondo Immanuel Kant, filosofo fondatore del criticismo, “Ogni nostra conoscenza scaturisce dai sensi, da qui va all’intelletto, per finire nella ragione”.
Ciò significa che non bastano i dati, le osservazioni sul mondo che ci circonda, e le impressioni che da essi ci arrivano. Tutto questo va interpretato, inserito in un più ampio contesto: quello della razionalità e del pensiero critico.

Una scuola che pretende tanto a livello nozionistico e offre poco come contraccambio

Se si parla di pensiero critico, lo scenario in cui versano attualmente le scuole italiane, dalle materne alle superiori, non è incoraggiante. Prova ne è quanto lamentano genitori, insegnanti stessi e talvolta perfino gli studenti.
A ogni bambino, quando inizia il suo percorso scolastico, è stato raccontato che questo, per lui sarà un bene. In una salsa oppure in un’altra. Di conseguenza, ha delle aspettative. Non sa esattamente quali, perché l’imparerai tante cose è troppo vago per farsi un’idea. E in breve scopre che qualcosa sta imparando, sì, ma senza capire perché. E soprattutto come partire da quelle nozioni per costruire qualcosa.

Cosa non va?

Un sistema scolastico che prevede troppe materie, con l’obbiettivo di far conoscere tutto, ha perso di vista il suo obbiettivo principale: formare delle persone consapevoli, responsabili, in grado di fare scelte non solo per se stesse, ma anche per gli altri.




Va da sé che raggiungere i giovani di oggi, siano bambini o ragazzi, non è facile. Di mezzo ci sono tante distrazioni, e soprattutto tanto interessi assai più immediati e accattivanti delle materie scolastiche. Ragazzi che hanno difficoltà a imparare i nomi dei sette re di Roma, conoscono a menadito la formazione della Roma o del Milan. E le avventure di Rufy e Nami (One Piece) sono ai loro occhi senz’altro più avvincenti di quelle di Renzo e Lucia.
Cose che possono demoralizzare gli insegnanti.
D’altra parte, ci sono anche insegnanti intestarditi su metodi antiquati e controproducenti.

Il pensiero critico può essere insegnato nelle scuole?

Ogni cosa che apprendiamo prevede l’immersione in un mondo. Per imparare a parlare, come diceva Wittgenstein,  è necessario essere inseriti in un contesto linguistico, di cui poco per volta si apprendono le regole. E il ragionare con logica, in modo critico, non fa eccezione. L’esperienza (conoscitiva e riflessiva) è complessa e unitaria e dovrebbe avvenire in contemporanea con il resto delle esperienze formative. Senza restare avulsa dal contesto sociale, politico e culturale dei bambini e ragazzi.

Se non è calato nella realtà, il pensiero critico gira a vuoto

La carenza maggiore della scuola italiana è l’essere quasi sempre slegata dalla realtà. Questo “scollamento” spesso determina nei ragazzi l’incapacità di utilizzare le proprie competenze nell’attuale società, ossia forme di analfabetismo funzionale.
Non sto dicendo che la scuola non dia strumenti per pensare logicamente. Solo che lo fa in modo astratto, raramente concentrando l’attenzione degli studenti sul mondo che li circonda. E così i ragazzi fanno fatica a formarsi un’opinione sugli eventi di attualità. È come se avvertissero uno strappo tra le loro capacità cognitive e la realtà. Quasi fossero stati rinchiusi dentro vasetti di vetro con in dotazione gli strumenti per uscirne, ma senza il libretto di istruzioni per utilizzarli.
Nessuno li ha aiutati a sviluppare il pensiero critico. Il che equivale a dire che ogni loro tentativo di ragionamento gira a vuoto.

“Educare” significa “portare fuori”, non indottrinare

Nell’Émile, il celebre romanzo pedagogico di Rousseau, il precettore ha un ruolo inattivo: è l’allievo protagonista del processo educativo, colui che deve mettersi alla prova nell’affrontare difficoltà teoriche e pratiche. Il precettore ha invece il compito di sostenerlo, incoraggiarlo; oppure di fargli notare quando qualcosa nei suoi ragionamenti è fallace, criticare le sue posizioni e argomentazioni. In sintesi, il compito di “portarlo fuori” dalle proprie posizioni, sviluppando la capacità di mettere in discussione ciò che pensa.
Naturalmente Rousseau non ignorava l’insegnamento di Socrate e neppure che la funzione principale della filosofia consiste proprio nell’esercizio del pensiero critico.
Gli insegnamenti di Socrate e Rousseau sono ancor oggi più che validi: il sistema più semplice per sviluppare in un bambino o ragazzo il pensiero critico è sottoporgli un problema (logico, etico, enigmistico). E lasciare che sia lui a trovare la soluzione, perché si impara facendo. Meglio ancora, nel contesto scolastico, se l’insegnante sa farsi moderatore tra le soluzioni proposte dagli alunni per correggere le eventuali storture dei ragionamenti. Vero che si impara facendo, ma anche vero che senza opportuni stimoli difficilmente si può sperare in chissà quali risultati.

Il pensiero critico come base imprescindibile di ogni materia scolastica

Tirando un po’ le somme degli spunti espressi finora, il fil rouge va collocato nelle modalità con cui si avviano e si gestiscono i processi di insegnamento/apprendimento. È questo soprattutto il grande problema di chi educa e, a seconda dei gradi scolastici, il problema diventa più grande.
Certo, se la scuola fosse in grado di attivare processi nei quali conoscere e riflettere, in tutte le materie, fossero congiunti, il problema neppure si porrebbe. Così come se l’educazione civica – materia oggi presa sottogamba, perché “tanto non si prendono insufficienze” – divenisse invece argomento di discussione per ogni ambito di studio.
E questo a partire dalle materne, perché i bambini sono i più ricettivi agli stimoli, e crescerli capaci di pensiero critico avrebbe un effetto valanga nei loro successivi percorsi scolastici e di vita.

Qualcosa sta cambiando

Molti insegnanti italiani già sanno quali sono i reali traguardi del percorso formativo: non certo accumulare nozioni soltanto, ma accedere al senso e ai significati, imparando a pensare. Tenendo assieme sia gli aspetti cognitivi/intellettuali che quelli valoriali, relazionali ed emozionali, e collegandoli al mondo reale.
Un paio di esempi: “Scuola senza zaino”, basata sul concetto di approccio formativo globale come metodo per sviluppare il pensiero critico;  “Scintille.it”, accreditato per una formazione di insegnanti capaci di connettere le materie scolastiche al mondo che ci circonda, compresi i problemi ambientali.
Le vie, dunque, ci sono, così come progetti diffusi che coinvolgono tanti insegnanti e tante scuole, anche in Italia.
Mai abbastanza, comunque: la scuola soffre per uno stile vecchio e che purtroppo ancor oggi va per la maggiore.

Claudia Maschio

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