Il pesce inglese viaggia per 16.000 km e raggiunge…l’Inghilterra!

Un viaggio intercontinentale

Per quanto incredibile possa sembrare, occorrono più di 16.000 km ai merluzzi pescati a largo della Scozia per raggiungere i supermercati del Regno Unito. Il pesce inglese, una volta congelato, è infatti spedito per un viaggio non troppo diverso da quello descritto da Marco Polo nel suo Milione.

I container carichi di merce surgelata attraversano la Manica, il Mediterraneo, il Canale di Suez, l’Oceano Indiano ed il Golfo Thailandese per raggiungere la Cina. Qui il pesce viene scongelato, sfilettato ed abbattuto nuovamente. Qualche settimana più tardi il prodotto lavorato ritorna in patria, pronto per gli scaffali.

I beneficiari di questa spola intercontinentale? Le grandi catene di supermercati inglesi: Tesco, ASDA ed Iceland. È sufficiente dare un’occhiata ai loro cataloghi per imbattersi in veri e propri ossimori geografici come, appunto, il caso del merluzzo atlantico prodotto in Cina.



Le ragioni dei produttori

Non hanno certo perso tempo i portavoce delle suddette aziende per esprimersi in difesa del loro operato.

Le ragioni di questo metodo sono, a detta loro, molto chiare. La Cina offre una manodopera più qualificata, in grado di garantire una pulizia del pesce rapida ed efficiente. Anche la quantità di prodotto da lavorare sembra essere determinante, poiché il Regno Unito non disporrebbe di strutture sufficienti a sobbarcarsi la totalità del processo. Ultimo ma non meno importante è il fattore prezzo: come precisato nel 2015 dall’allora CEO di Findus Nordic Henrik Hjalmarsson, alle prese con un caso analogo a questo, la lavorazione locale richiederebbe costi aggiuntivi che finirebbero per gravare sul consumatore.

Analisi e critica del metodo

Quelli dei produttori sono argomenti poco convincenti, ai quali non è certo difficile muovere delle contestazioni.

Il gap qualitativo della manodopera, ad esempio, è già stato ampiamente smentito e criticato da altri esponenti del settore.

Per quanto riguarda la possibilità di lavorare grandi quantità di pesce in loco, invece, occorre ricordare che viviamo attualmente in una situazione di sovrapproduzione in cui gli sprechi alimentari sono all’ordine del giorno. Limitare l’accumulo di merce inconsumabile è una delle sfide del nostro tempo un problema che va risolto, non certo utilizzato a sua volta come giustificazione per ulteriori scompensi nell’apparato industriale.

Cosa dire, poi, del discorso di Henrik Hjalmarsson? Certamente pagare 1-2£ l’ora dei lavoratori cinesi rappresenta un notevole risparmio per l’azienda, anche considerando i costi del trasporto. D’altro canto si parla di trarre profitto da lavoro sottopagato ed esorbitanti emissioni di CO2, motivi già sufficienti per richiedere una revisione del metodo di produzione. Eppure non solo l’ex CEO difende questo modus operandi, ma minaccia anche ripercussioni sui consumatori, costretti a veder lievitare i costi affinché una società multimilionaria non debba ridimensionare i propri margini di profitto.

Si può dunque dire che il caso del pesce inglese sollevi più di un dubbio sull’efficienza di un sistema economico in cui la crescita dei bilanci detiene priorità assoluta sul conseguente sfruttamento di risorse umane ed ambientali.

Paolo Bertazzo

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