Il potere politico dell’audiovisivo: il peso della telecamera

Può uno schermo definire realmente chi siamo? La soluzione non è sottrarsi al potere politico dell’audiovisivo, ma smascherarlo.

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Nel preciso momento in cui si esce di casa, in qualsiasi città del mondo e nel paese più sperduto, oggi si può facilmente vivere l’esperienza che ormai consideriamo più scontata e quotidiana: l’essere ripresi da un dispositivo elettronico.

Questa azione però, troppo spesso messa in atto con superficialità, determina invece il potere politico dell’audiovisivo. Che si tratti infatti di uno smartphone o di una videocamera professionale, nella contemporaneità la nostra immagine può facilmente diventare un oggetto. Allo stesso modo, la nostra persona può essere filtrata e manipolata da uno strumento che teniamo comodamente in borsa e, più frequentemente, davanti al nostro viso.Ma cosa succede quando tali dispositivi diventano così invadenti da creare delle vere e proprie identità fittizie che, sempre di più, cogliamo come reali?

Il potere politico dell’audiovisivo comincia sempre con l’azione, tutt’altro che innocente, di filmare.

Accadeva, per esempio, durante la realizzazione di alcuni dei cosiddetti film etnografici, che la telecamera fosse letteralmente “buttata addosso alle vittime dell’osservazione. Le vittime in quel caso erano le popolazioni indigene. La loro immagine veniva abilmente ripresa con il fine di confermare una presunta supremazia occidentale e bianca. Come ha giustamente fatto notare Fatimah Tobing Rony, nel suo libro The Third Eye. Race, Cinema and Ethnographic Spectacle, filmare non è mai un’azione innocente. Colui che filma ha infatti una precisa responsabilità che, molto spesso, le pratiche audiovisive, giornalistiche e televisive tendono a dimenticare.

Oggi il potere politico dell’audiovisivo si consuma infatti continuamente. Ciò accade sia quando le vittime della visualità sono sovraesposte e spettacolarizzate, sia quando invece vengono abilmente escluse e messe a tacere dalle stesse.

Il meccanismo autoritario è semplice: ciò che visualizzi sugli schermi diventa la realtà che ti circonda.

Vogliamo far credere all’opinione pubblica, per esempio, che il nostro paese è letteralmente invaso da migranti che giungono dal mare? Bene. Occorre soltanto sfruttare la reiterazione delle immagini giornalistiche per confermare ciò. Quotidianamente infatti vediamo alla televisione immagini di barconi che approdano in Italia e dunque, stando semplicemente a quello che le immagini ci propongono, ogni giorno arrivano sempre più immigrati. L’equazione è semplice e facilmente manipolabile dalla politica. Quest’ultima sempre più spesso, a dispetto dei numeri, sfrutta il potere politico dell’audiovisivo per creare false verità e sbandierarle come suo cavallo di battaglia.

Una comunità costantemente ripresa e filmata crea inevitabilmente identità fittizie, mutuate e filtrate dall’audiovisivo.

I social media potenziano nel quotidiano questo meccanismo che, ormai, riguarda tutti noi che facilmente pubblichiamo, ci esponiamo ed apriamo sul mondo la finestra della nostra intimità, che ormai non è più tale.

Non fraintendetemi, una buona condivisione può portare ottimi risultati, sia da un punto di vista di cooperazione sociale, sia semplicemente per noi stessi.

Il punto sta sempre nella misura e nella presa di coscienza del potere politico dell’audiovisivo, che è letteralmente in grado di definirci e di definire, e del processo mediatico nel quale ciascuno di noi è immerso.

Filmare dunque sì, ma con il rispetto necessario e, soprattutto, con l’intento di offrire dignità e una veritiera rappresentazione a chi ne è stato privato.

In conclusione, siamo tutti allo stesso tempo registi e attori della contemporaneità, in costante bilico tra l’apparire e l’essere. Per non cadere nella trappola della visualità la soluzione è soltanto una: ovvero quella di esercitare uno sguardo critico sul mondo. Guardare e non semplicemente vedere, interpretare e non soltanto cogliere passivamente ciò che ci viene proposto. L’invito è dunque quello di mantenere un occhio attivo, a discapito del sempre più pericoloso e superficiale scorrere tra un feed e l’altro che, quotidianamente, i social media ci impongono.

                                                                                                                                                                                                Claudia Volonterio

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