Il referendum sul divorzio del 1974 fu il primo referendum abrogativo della storia della Repubblica e segnò un momento di svolta nella maturazione democratica del Paese.
Il 12 e 13 maggio 1974 rappresentano una tappa fondamentale nella storia civile e politica dell’Italia repubblicana. In quelle due giornate, milioni di italiani furono chiamati alle urne per esprimersi su un tema cruciale: la possibilità di abrogare la legge Fortuna-Baslini che, dal 1970, aveva introdotto il divorzio nell’ordinamento italiano.
L’Italia prima del referendum sul divorzio
Per oltre vent’anni, l’Italia repubblicana non aveva previsto alcuna possibilità di sciogliere legalmente il vincolo matrimoniale. Il matrimonio civile, una volta contratto, era indissolubile per legge, anche se la separazione personale era ammessa. Solo nel 1970, dopo accesi dibattiti parlamentari e pressioni dal mondo laico, fu approvata la legge Fortuna-Baslini, dal nome dei deputati Loris Fortuna (Partito Socialista Italiano) e Antonio Baslini (Partito Liberale Italiano). La nuova normativa prevedeva la possibilità di divorziare dopo cinque anni di separazione legale.
La reazione del mondo cattolico fu immediata. La Democrazia Cristiana, pur non avendo ostacolato formalmente la legge in Parlamento, decise di contrastarla tramite un’azione referendaria. Nasce così il referendum sul divorzio: l’obiettivo era abrogare la legge del 1970 e ripristinare l’indissolubilità del matrimonio, in linea con la dottrina della Chiesa cattolica.
La campagna referendaria: tra religione, politica e società civile
La campagna referendaria fu lunga e accesa. Da una parte si schierarono i sostenitori dell’abrogazione, appoggiati dalla Democrazia Cristiana, dal Movimento Sociale Italiano e dalle gerarchie ecclesiastiche. A favore del SÌ, cioè per abrogare la legge, si sosteneva che il divorzio avrebbe minato le fondamenta della famiglia tradizionale, aumentato la conflittualità sociale e rappresentato un pericoloso cedimento ai costumi “degenerati” dell’Occidente ormai secolarizzato.
Dall’altra parte, il fronte del NO riunì partiti laici e progressisti: il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Radicale, il Partito Repubblicano e ampi settori della società civile. Il referendum sul divorzio divenne rapidamente una battaglia simbolica tra due concezioni diverse di Stato: da un lato uno Stato confessionale, subordinato ai dettami religiosi; dall’altro uno Stato laico, fondato sulla libertà individuale e sull’autonomia legislativa.
Numerosi intellettuali, giornalisti, scrittori e registi scesero in campo per il NO. L’Unione Donne Italiane, i movimenti femministi, e nuove associazioni civili contribuirono a rendere la campagna un momento di mobilitazione popolare senza precedenti. In piazza e in TV si discuteva non solo di diritto di famiglia, ma di libertà, uguaglianza e modernità.
L’esito del referendum sul divorzio
Il 12 e 13 maggio 1974 gli italiani si recarono alle urne in massa: la partecipazione superò l’87%, un dato che testimonia la grande rilevanza attribuita all’appuntamento. Al termine dello spoglio, il risultato fu netto: il 59,1% votò NO all’abrogazione, mentre solo il 40,9% si espresse a favore del SÌ. Il referendum sul divorzio si concluse così con la conferma della legge Fortuna-Baslini e con una sconfitta significativa per il fronte conservatore e per la Chiesa cattolica.
Il voto fu particolarmente significativo anche per la sua distribuzione geografica: il NO vinse soprattutto nelle regioni del Centro-Nord e nelle grandi città, mentre il SÌ risultò prevalente in alcune aree del Sud e nei contesti più rurali. La lettura politica del risultato fu chiara: una parte crescente del Paese voleva avanzare verso una società più libera, aperta e pluralista.
L’eredità del 1974
Il referendum sul divorzio del 1974 fu molto più di una consultazione su una singola legge. Fu il primo vero banco di prova della maturità democratica della Repubblica. In un’Italia ancora legata al Concordato del 1929 e dove il cattolicesimo era religione “prevalente”, l’esito del referendum rappresentò una rottura simbolica con il passato e una spinta verso la secolarizzazione della vita pubblica.
L’esito della consultazione influenzò anche gli equilibri politici: la Democrazia Cristiana, sconfitta nel suo stesso terreno valoriale, fu costretta a rivedere il proprio ruolo nel dibattito sui diritti civili. Al contrario, i partiti laici guadagnarono forza e credibilità. Il referendum sul divorzio fu la prima di una serie di vittorie civili: pochi anni dopo, nel 1978, fu approvata la legge sull’aborto, e nel 1981 gli italiani respinsero due referendum volti a limitare quella conquista.
L’eredità duratura del referendum sul divorzio
Il referendum sul divorzio rimane uno dei momenti fondativi della democrazia italiana. Ha segnato il passaggio da un’Italia ancora fortemente confessionale a una società più aperta ai valori laici, europei e individuali. Ha reso visibile la forza del voto popolare nel determinare il futuro legislativo del Paese, aprendo la strada a una maggiore consapevolezza politica da parte della cittadinanza.
Fu anche un momento di grande protagonismo femminile. Le donne, spesso prime vittime di matrimoni infelici e senza via d’uscita, furono tra le più convinte sostenitrici del NO. Il diritto di divorziare fu letto anche come un passo verso l’emancipazione, l’autonomia e la dignità femminile in un contesto ancora patriarcale.
Il valore del referendum oggi
Oggi il referendum sul divorzio del 1974 è parte integrante della memoria civile italiana. Sebbene il divorzio sia ormai pienamente accettato e semplificato (grazie anche alla legge sul “divorzio breve” del 2015), quel momento storico continua a ispirare riflessioni su libertà, partecipazione e diritti.
In un tempo in cui nuove sfide si affacciano, l’eredità del referendum sul divorzio ci ricorda che ogni conquista nasce dal confronto, dalla consapevolezza e dalla partecipazione attiva. Il 12 e 13 maggio 1974, l’Italia scelse di essere un Paese più libero. Il referendum sul divorzio rappresentò un punto di svolta non solo per la legislazione sul matrimonio, ma per l’intera cultura democratica italiana. Fu la voce del popolo a decidere, e quella voce scelse la libertà.















