Il lato oscuro della lingua: quando il regime nazista giocava con le parole

Il regime nazista, come ogni totalitarismo, ha usato mirati espedienti per soggiogare il popolo al potere.

Tra i tanti, ne ha sfruttato uno in particolare: la lingua.

Una nuova ondata d’odio investe la Germania. La cancelliera tedesca Angela Merkel si è mobilitata immediatamente per fermare la violenza della destra estremista, ancora legata al regime nazista, e ha ricordato a tutti che le parole hanno un peso. 

Il Terzo Reich si era tanto impegnato per formare l’identità” nazista del popolo tedesco, usando parole, gesti e modi di fare.  E’ evidente che una fetta della popolazione ancora non ha dimenticato ciò che il Führer ha “insegnato”. Si deve però sottolineare che l’altra parte della gente, quella onesta, quella che gli orrori non li celebra ma li combatte, si è sforzata per anni di eliminare dall’immaginario collettivo tutti i sistemi che servivano a plasmare quella “coscienza comune”, iniziando da quello, apparentemente, più innocuo: le parole.

Per non dimenticare

Il regime nazista, così come aveva già fatto quello guidato da Mussolini e ogni totalitario, ha adottato tutta una serie di gesti che sono rimasti indelebili nell’immaginario collettivo, il saluto a mano tesa ne è solo l’esempio più famoso. Per accrescere il “senso civico” del buon tedesco nazista, Hitler e i suoi compari hanno studiato un vero e proprio lessico, diventato identificativo proprio di quel particolare periodo storico.

Sfruttando appieno la propensione della lingua tedesca di formare parole composte, il regime ha coniato alcuni termini completamente nuovi: ne sono un esempio “spedizione punitiva” (Strafexpedition), “cerimonia ufficiale” (Staatsakt), “popolo” (Volk). Alcune parole invece hanno assunto una connotazione diversa rispetto all’originale. E’ il caso della parola “fanatismo”. Nato con l’Illuminismo, il termine denotava una persona poco razionale, cieca, eccessivamente superstiziosa. Aveva dunque un’accezione particolarmente negativa. Col regime, tuttavia, la parola ha assunto un nuovo significato: essere definito un “fanatico” nazista era un elogio e un privilegio, perché sottolineava la fedeltà e la passione con cui si abbracciava il Nazionalsocialismo.




Il filologo e scrittore tedesco Viktor Klemperer ha scritto un libro particolarmente emblematico del caso: LTI, Lingua Tertii Imperii (la Lingua del Terzo Reich). Nel suo taccuino, il filologo elenca e descrive tutte quelle parole usate dal regime per creare l‘identità collettiva.  Sono molti i libri, i film e le opere d’arte d’impatto, fioriti in ricordo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale, ma nessuno fornisce un resoconto storico così sottile. Le parole sono indelebili e la lingua del Terzo Reich si rinnova ma non si cancella. E’ entrata nel vivo del popolo tedesco. “La lingua è sangue”.

Un nuovo inizio

Dopo la fine di Hitler e del Nazionalsocialismo, molti letterati hanno provato ha ribaltare e modificare l’eredità culturale nazista. Non è stata un’operazione facile. Sotto il regime i tedeschi hanno subito un vero e proprio lavaggio del cervello. Alcune parole semplici e innocue, come “Volk”, popolo, erano diventate così pericolose e così specifiche, da non poter più essere utilizzate con leggerezza.

Nel 1947, un gruppo di letterati si è riunito per cercare di restituire un corretto “senso civico” alla lingua tedesca. Nacque così il Gruppo ’47, creato da  H.W. Richter, A. Andersch, W. Kolbenhoff. Il collettivo nasce in modo indipendente, dal desiderio etico dei partecipanti di riscattare la bellissima cultura tedesca.  Il regime nazista aveva creato un “sistema” per cui tutto era controllato e le parole erano state in qualche modo “sporcate”, contaminate. Nessuno di loro voleva che quella cultura degenerata sopravvivesse a Hitler. Tutto quel dolore e quella miseria dovevano essere cancellate e per farlo bisognava partire proprio dalla lingua.

Al gruppo ha partecipato anche lo scrittore Gunter Grass. Ne “Il tamburino di latta“, con una prospettiva particolarissima, Grass ricorda gli orrori della Germania nazista, ma è con “L’incontro di Telgte” che Gunter sottolinea tutti gli sforzi fatti dai letterati per modificare il ricordo del regime. Il piccolo romanzo è ambientato nel ‘600, durante La Guerra dei Trent’anni. Un gruppo d’intellettuali si riunisce nella cittadina di Telgte per cercare di mettere fine alla guerra, contrapponendo alla “Germania delle armi” la “Germania della cultura”. Anche a quell’epoca i letterati incontrano non poche difficoltà.

Scrive Grass:

«In fin dei conti s’erano radunati per questo. Bisognava farsi ascoltare. Se non reggimenti, potevano almeno mobilitare parole»

Per Grass sono gli intellettuali a dover reindirizzare la nazione  e allontanare i fantasmi della guerra. Si responsabilizza ricordando un’altra sanguinosa guerra, perché «Ieri sarà quel che domani è stato»

Corsi e ricorsi storici. Gli orrori non vanno dimenticati. Solo in questo modo è possibile correre ai ripari. La cultura tedesca è una delle più belle d’Europa e non è giusto penalizzarla ricordando solo il male che è stato concepito.

 

Antonia Galise

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