Il riflesso di Napoli nel Rione de “L’Amica Geniale”

Sentivo che il rione era come una prigione, dalla quale era impossibile scappare.

Queste le parole usate da Elena Ferrante per esprimere quel senso di asfissia che nascere nel rione le aveva procurato, e quella voglia di fuggire da lì ad ogni costo.

Perché fuggire dal rione significa riscattarsi dalla miseria materiale e umana, dal ruolo ingombrante di donna e madre, da convinzioni e credenze ormai obsolete che, per la gente del rione, sono l’unico paradigma d’interpretazione del reale.

Quando cresci devi andare a faticare per portare il pane a casa. A che ti serve studiare? E’ solo uno spreco di tempo e denaro. Se nasci femmina farai bene a trovarti un marito benestante, che possa mantenere te e la tua famiglia.

Affermazioni, queste, che sembrano d’altri tempi, eppure continuano a riecheggiare nelle usanze, nei costumi e nella mentalità del popolo napoletano. Per non parlare delle liti plateali inscenate dalle donne, il più delle volte a causa di un uomo, gli omicidi, il sangue versato per gli affari illegali, l’atteggiamento da guappo, che i ragazzi assumono per “far vedere chi comanda” e che vede la sua massima espressione nel rito quasi liturgico di capodanno, in cui la gara a chi spara più in alto si trasforma nella celebrazione della forza bruta.

Tutto ciò, però, non è confinato al rione. Anzi, il rione altro non è che il riflesso della città a cui appartiene.

Napoli, quel posto che secondo Benedetto Croce era “un paradiso abitato da diavoli”, che Stendhal definì “senza nessun paragone, la città più bella dell’universo”, che suscitò in Goethe sensazioni tali da affermare: “Anche a me qui sembra di essere un altro. Dunque le cose sono due: o ero pazzo prima di giungere qui oppure lo sono adesso”.

Insomma è impossibile esserle indifferenti, da turista Napoli o la odi o la ami.

spaccanapoli

Ma esserci nati è tutta un’altra storia. E l’autrice dell’Amica Geniale riesce a descriverlo perfettamente.

E’ come se Napoli avesse un’anima, come se respirasse, come se fosse viva. Esattamente come il rione te la porti dentro e non riesci a liberartene. E ogni volta che torni a casa, ti sembra di non essere mai andata via. E’ tutto ancora lì, immobile nel tempo.

Mi colpì molto una scena de L’Immortale, film campione d’incassi diretto da Marco d’Amore, in cui si vede questa famiglia napoletana affiliata della camorra, che vive da tempo in Lettonia e decide di organizzare una festa di compleanno. E’ incredibile come, nonostante vivessero da anni in un Paese straniero anche molto diverso, si ostinassero a rispettare le stesse tradizioni, organizzando una festa come da copione. Come fossero riusciti a  creare un’oasi napoletana in mezzo al freddo paesaggio lettone.

Mi ha fatto riflettere, perché Napoli è proprio questo: un’oasi, un microcosmo a sé, una realtà isolata con le sue regole, i suoi principi, le sue logiche… Proprio come il rione.

Napoli è come una mamma piena d’amore, che t’accoglie subito fra le sue braccia, è come un corpo organico di cui ognuno si sente parte, è come un ventre, per citare Matilde Serao. Ma è bene evitare che ci fagociti.

Essere napoletani, infatti, spesso significa interiorizzare la propria città natale e trasformarla in un’identità, un marchio indelebile tale da rendere totalmente incapaci di vedere oltre.

Giulia Di Carlo

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