Il ruolo del politico nella società contemporanea del XXI secolo

Le differenze tra la politica per come è e come dovrebbe essere.

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Cos’è veramente un politico al giorno d’oggi?

In questo articolo analizzeremo il ruolo del politico nelle nostre democrazie contemporanee, ripercorrendone la sua storia. Machiavelli, primo vero “scienziato” della politica, ce ne ha dato una definizione ne Il Principe del 1513. Viaggiando molto in Italia e all’estero, ebbe l’opportunità di osservare da vicino le dinamiche di potere e questo gli ha permesso di cogliere l’essenza della politica per come è nella realtà dei fatti: un gioco strategico il cui unico scopo è la conquista ed il mantenimento del potere. Gioco questo, che si è evoluto nel tempo e che, a seconda delle forme di governo, ha assunto sembianze e nomi differenti.

Nelle democrazie pluraliste della società del XXI secolo, ad esempio, si chiama propaganda elettorale e la battaglia per la conquista del potere non dipende dal sangue che si ha, né da quello che si versa, ma solo dalla capacità di ottenere consensi. E in questo gioco, il ruolo dei mass media è cruciale.

A differenza delle aziende che investono nella pubblicità, per vendere prodotti, l’abilità dei politici consiste nel saper vendere se stessi.

Ma sapersi vendere non vuol dire affatto cercare di trasmettere “la migliore versione di sé”, bensì quella che conquista l’elettorato maggiore. La politica diventa, quindi, un’eterna recita, un grande spettacolo, a cui non sempre però, il pubblico sa di assistere. Uno spettacolo che alcuni definiscono “da quattro soldi”.

Ciò è dovuto a meccanismi come quello che Alexis de Tocqueville, in riferimento alla deriva autoritaria della Rivoluzione Francese, definiva “tirannia della maggioranza”. Il politico non cerca di essere il leader migliore per il Paese, ma il leader che la maggior parte dell’elettorato vuole che lui sia. Il problema è che come affermava Tocqueville non sempre “la maggioranza” ha ragione.

L’economista Joseph Schumpeter aveva definito il politico un imprenditore, portatore di un’offerta politica, che aspira ad incontrarsi con la domanda politica degli elettori.

Ed è esattamente così che il politico viene ritratto nella serie tv “The Politician” diretta da Ryan Murphy. Al punto che il protagonista entra in crisi e arriva a chiedersi: “Chi sono io? Sono Payton o sono un politico?”  Impossibile essere entrambi.

Questo perché astrarre la politica dalla realtà, trasformarla in una scienza a sé, che tollera ogni mezzo per il raggiungimento del potere, significa scatenare inevitabilmente in chi ne fa parte un senso di alienazione, al punto da non riuscire a distinguere l’uomo dall’attore, la realtà dalla recita.

La vita quotidiana e la politica, infatti, non hanno gli stessi parametri di giudizio.

In politica non v’è un’etica da seguire, non ci sono “buoni” o “cattivi”, ma solo vincitori e vinti. Eppure non è questo il significato della politica. Lo sottolinea anche l’etimologia della parola stessa. Inizialmente, infatti, stava ad indicare solo il tipo di organizzazione degli individui nella società. Poi la società è cresciuta e la politica è diventata il potere di decidere di essa.

Carl Schmitt diceva che il politico era colui a cui spettava prendere decisioni nelle situazioni di crisi. Nelle democrazie del XXI secolo questo potere di scelta spetterebbe al popolo, che lo delega in via provvisoria a quelli che vengono definiti i suoi rappresentanti.

La falla dei sistemi democratici, che per questo sono entrati in crisi, è che quasi mai i suddetti rappresentanti tutelano gli interessi delle persone, ma si servono della posizione di potere che hanno assunto, per perseguire i propri interessi, che, a volte, coincidono con il potere stesso.

La politica, quindi, si allontana dalla gente, che la vede come qualcosa di astratto, un meccanismo burocratico distante, in cui la nostra partecipazione seppure osannata come importantissima, è di fatto irrilevante.

 

Giulia Di Carlo

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